That's all, folks! (parte seconda)


Nel giorno in cui viene varato il governo Monti, che come personale politico e stile si mostra lontanissmo dal modello incarnato dall'ex presidente del consiglio, come promesso torno a parlare del libro "Berlusconismo, analisi di un sistema di potere" (Laterza, 2011), dedicando stavolta una maggiore attenzione ad un aspetto secondo me centrale: la trasformazione culturale che questo modello ha portato nella società italiana.
E' uno degli argomenti che attraversano sotto pelle tutti, o quasi tutti, i saggi del libro: ed è anche uno dei "luoghi comuni" con cui si descrive il fenomeno. Dunque, è particolarmente difficile analizzarlo. Anche perché il campo di indagine non potrebbe essere più vasto: dall'assottigliarsi del confine pubblico-privato al ruolo delle televisioni, dalle trasformazioni del linguaggio al ruolo della stampa popolare, dal dilagare di un modello di politica pop ad un ritorno alla centralità del corpo nella scena pubblica.
Anche in questo caso, non siamo di fronte ad un fenomeno che si manifesta all'improvviso, dal nulla: o meglio, sfruttando il "grande nulla" che il terremoto di "Mani pulite" aveva lasciato nella scena politica italiana.
In questo senso, l'approccio di Giovanni Gozzini è particolarmente intrigante.
Nel saggio intitolato "Siamo proprio noi", propone una tesi che affronta di petto la questione:
la baby boom generation, concepita tra la fine della guerra e il 1955, inietta nella società italiana un'overdose di individualismo che tra Sessantotto e anni di piombo si esprime nelle forme tradizionali della politica, per poi allontanarsene e trovare sbocco in altri campi (p. 15)
Uno di questi sarebbe proprio ciò che chiamiamo berlusconismo, un "campo di forza" costruitosi grazie al ruolo centrale che le televisioni commerciali hanno assunto nel nostro paese dagli anni '80 e nel sottile rimodellamento dell'etica privata - prima - e pubblica - poi - che esse hanno indotto nella società.
Nella televisione che si afferma a partire dagli anni '80 si assiste a due processi: da un lato viene a compimento quel lungo processo che porta alla ribalta (televisiva) l'"uomo comune", un percorso che inizia da "Lascia o raddoppia?" e tocca il suo culmine con il "Grande Fratello". Dall'altro si compie la "rivoluzione individualista": il magico occhio della tv - che dagli anni '80 conquista progressivamente tutti gli ambienti della casa - sembra mostrare la possibilità concreta di realizzare una società senza classi,
la nuova terra delle opportunità, il nuovo elisir di immortalità gratuito e a disposizione di tutti.
E' una delle forme che assume il cosiddetto riflusso, che poi - sostiene Gozzini - non è altro che un "flusso" verso  una società diversa. Una società in cui la politica non ha più un ruolo di primo piano:
Anzi, il modo di guardare la televisione come mezzo per il soddisfacimento di bisogni immediati (attraverso la pubblicità e/o l'immedesimazione nel mondo dello spettacolo) plasma il modo di guardare alle istituzioni come strumento da usare per la propria vita: se non servono, meglio starne lontani (p. 28).
E' attraverso questo "basso continuo" che passerebbe una vera e propria "mutazione antropologica" (per dirla con espressione pasoliniana) in cui si affermano modelli nuovi, fra i quali finiranno per primeggiare maleducazione, estetica trash ecc. Insomma, quella egemonia sottoculturale di cui ha parlato Massimo Panarari (volete saperne di più? qui c'è il link alla presentazione del libro, qui una recensione).
Ipotesi interessante, come dicevo. Solo che non mi convince del tutto, anche se funziona perfettamente nella logica di breve respiro di un intervento in un convegno. La cosa che mi lascia un po' perplesso è proprio il ruolo centrale che viene attribuito alla televisione, per quanto essa diventi effettivamente il medium dominante dalla fine degli anni settanta, finendo per invadere progressivamente tutte le stanze della casa e per cacciare in un angolo - reale e metaforico - gli altri strumenti di comunicazione. Solo che la sua evoluzione non è indipendente dallo sviluppo del linguaggio interno del medium, dal rapporto con gli altri media e dalla trasformazione sociale (e politica) complessiva, che nell'analisi di Gozzini sembra diventare semplicemente lo sfondo. Credo che l'autore abbia affrontato lo stesso tema in modo più disteso e analitico in un testo che devo ancora leggere (è questo: lo vedete se fate clik qui): vi saprò dire. Per quanto riguarda il berlusconismo, mi pare che le promesse della sua analisi non siano pienamente soddisfatte.
Più originale e interessante - direi anche più efficace sotto il profilo euristico - mi sembra invece il contributo di Enrica Asquer, una delle curatrici del volume, che analizza la costruzione di un "populismo culturale" negli anni del berlusconismo attraverso lo spoglio della rivista "Chi".
Perché è originale? perché la cultura popolare di massa è fatta anche da questo tipo di stampa, che negli anni più recenti ha iniziato a vivere in rapporto simbiotico con la televisione. E perché il tipo di modelli che essa propone, assorbendoli dalla televisione ma levandoli dall'effimero, dal momentaneo di cui vive la comunicazione televisiva per trasferirli sulla ben più dilatata comunicazione giornalistica, si riflettono poi anche in altri campi di costruzione del gusto e del comportamento collettivo: dalla moda alle pratiche del vivere quotidiano. Non avete mai avuto, assistendo ad una discussione fra condomini, la sensazione di essere in un programma di Maria De Filippi?
Asquer dimostra che negli anni si è scivolati lentamente e inesorabilmente dal popolare al popolaresco, fino ad arrivare al populista (è proprio questo il titolo dell'intervento: Popolare, popolaresco, populista): e questo piano inclinato del gusto e dell'estetica ha finito per essere funzionale ad un progetto politico. Così, esattamente come accade nella categoria politica, nel populismo culturale
si rimuovono apparentemente, ma sapientemente, le mediazioni e le distanze tra chi detta i codici estetici (ed etici) e chi li applica, rivendicando strumentalmente il valore della "gente" e, in essa, una forma di capitale che si identifica con la mera vita.
E tuttavia, esattamente come nel populismo,
la vicinanza col "popolo" (...) è tanto fittizia quanto ostentata come autentica (p. 117).

Forse a qualcuno potrà suonare eccessivo parlare di modello culturale egemonico, eppure è indubitabile che questo si è cercato di fare: l'ex ministro della pubblica istruzione Mariastella Gelmini, per esempio, lo ha detto chiaramente quando ha affermato di voler portare il berlusconismo nei templi della "cultura di sinistra" (se fate clik qui,  andate all'articolo de "Il Giornale" che ce lo racconta). Ne parla Gabriele Turi in un intervento intitolato "I 'think-tank' della destra", dove si analizzano i tentativi "della destra di elaborare una proposta culturale funzionale ai suoi obiettivi politici" (p. 30): è uno sforzo che probabilmente non è stato così efficace come quello esperito attraverso la cultura popolare, ma penso che sarebbe sbagliato leggerli separatamente. Alcune retoriche (penso a quella sul "merito", declinata in forma di puro individualismo, quasi di darwinismo sociale) hanno attraversato entrambi i campi, quello della cultura "alta" e quello della cultura "popolare", andando a formare una nuova stratificazione nella cultura diffusa. Solo il tempo potrà dirci quanto persistente.

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