martedì 7 febbraio 2012

presto, iscrivetevi!

Il valore di un'idea sta nel metterla in pratica
L'ha detto Thomas Edison e alcuni studenti l'hanno usato  come claim per questo manifesto (se ci cliccate sopra si ingrandisce) che annuncia una nuova iniziativa della facoltà.

(non ditelo troppo in giro, ma qualche volta ho il sospetto che formiamo dei buoni comunicatori)

Io ve la presento un po' in ritardo, ma forse non è un male, visto che l'emergenza neve l'ha spinta un po' in basso nelle news del sito di Ateneo. E invece è bene che la notizia si diffonda.

Di che si tratta, è presto detto.

La facoltà di Scienze della Comunicazione ha attivato una serie di laboratori e di workshop per gli studenti. Saranno corsi molto pratici in cui si impareranno - per dire - le principali tecniche di ripresa e gli elementi base del montaggio audiovisivo. Insomma quello che molti ci chiedevano, ormai da parecchio tempo.
I laboratori sono, per il momento, tre:
  • riprese e montaggio audiovisivo
  • fotografia
  • audiovisivo per la musica e lo spettacolo dal vivo.
Sono fra gli insegnamenti a scelta del prossimo semestre e "valgono" sei crediti.

Poi ci sono sei workshop, da due o quattro crediti (relativi a stage e altre attività formative):
  • suonare e comporre nell'era dei nuovi media
  • ufficio stampa
  • social media marketing & web innovation
  • le variabili del successo per l'inserimento nel mondo del lavoro
  • strategie per la costruzione e la gestione del consenso aziendale
  • programmazione neurolinguistica
Si tratta di corsi più brevi, anche in questo caso a carattere prevalentemente pratico e sperimentale, che compendiano, arricchiscono o completano alcune delle discipline che già vengono studiate.

Poiché si tratta di insegnamenti pratici, il numero degli studenti che potranno frequentarli è limitato.  
Quindi occorre iscriversi entro il 14 febbraio inviando una mail al manager didattico (managerdidatticoscom@unite.it) in cui si specifica quale laboratorio o workshop si vuole seguire.

E non è detto che tutti i corsi vengano attivati: c'è un rapporto costi/benefici che occorre rispettare. Se gli iscritti sono troppo pochi, evidentemente il corso non interessa e, dunque, non verrà attivato.

Insomma, nel suo piccolo una sfida. Per noi e per voi.
Siete pronti ad accettarla?

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lunedì 6 febbraio 2012

la neve se ne frega (comunicazione di servizio)

Ormai è ufficiale. Le nevicate di questi ultimi giorni hanno costretto l'Università a chiudere le proprie sedi e a rinviare gli esami previsti per questa settimana.
Ecco i due comunicati pubblicati oggi sul sito di ateneo:

Viste le condizioni della viabilità a causa delle eccezionali condizioni atmosferiche, gli esami e le lezioni previsti nella settimana dal 6 al 10 febbraio sono rinviati.


Le date dei nuovi appelli verranno comunicate il prima possibile.
e

L'Ateneo, anche in considerazione delle ordinanze dei Sindaci dei comuni di Teramo, Avezzano, Atri, Giulianova e Mosciano S.A., nonché delle determinazioni dei Presidi di Facoltà, a causa del maltempo, comunica che:
  • le attività didattiche e gli esami previsti dal 6 al 10 febbraio presso le Facoltà di Giurisprudenza, Medicina Veterinaria, Scienze della Comunicazione e Scienze Politiche ricadenti nei comuni di Teramo e Atri sono rinviati.
  • La sede della Facoltà di Giurisprudenza ricadente nel comune di Avezzano è chiusa dal 7 all'11 febbraio.
  • La sede della Facoltà di Scienze Politiche ricadente nel comune di Giulianova è chiusa il 7 e l'8 febbraio e le attività didattiche e gli esami previsti nei giorni 9 e 10 febbraio sono rinviati.
  • La sede della Facoltà di Agraria ricadente nel comune di Mosciano S.A. è chiusa il 7 febbraio e le attività didattiche e gli esami nei giorni 8, 9 e 10 febbraio sono rinviati."
Naturalmente, appena sarà possibile, verrà data comunicazione delle nuove date.

Ora, può essere che il titolo di questo post abbia fatto innervosire qualcuno. Che qualcuno abbia pensato che quel "se ne frega" fosse irrispettoso nei confronti di chi aveva tanto studiato e vedeva così modificati i suoi progetti.

E invece era solo una citazione del titolo di un libro di Luciano Ligabue, e di una sua versione a fumetti di Matteo Casali e Giuseppe Camuncoli (da cui è tratta la bella tavola qui a lato).

Vi confesso che non so di che parli quel libro, ma il suo titolo mi è sempre piaciuto. E non ho resistito alla tentazione di usarlo.


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martedì 31 gennaio 2012

di parole e di figure

E alla fine, mettendo insieme tutti i puntini (degli indizi disseminati nell'ultimo anno vi avevo già parlato qui), il disegno che esce fuori è questo

Ho avuto la sorpresa di trovare già qualcuno che ne parla in rete.
Non è niente di più della trascrizione di una scheda redazionale, ma intanto potete darci un'occhiata per farvi un'idea. Poi ne riparliamo.

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domenica 29 gennaio 2012

...sta arrivando

Nei mesi scorsi avevo lasciato tracce  sparse.
Questa era stata la prima.
Poi c'era stata questa.
Poi, un po' più criptica, quest'altra.
E poi era arrivato questo post.

Briciole, segni sparsi che portano a questo


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giovedì 26 gennaio 2012

Ripartire in Panda?

La prima volta che l'ho visto, verso ora di cena, non ho nemmeno ben capito di che si trattava. Non subito perlomeno.
In un primo momento ho pensato che fosse una comunicazione istituzionale, studiata per ridare fiducia ad un paese spiaggiato, che cerca attonito di uscire dalle secche in cui è finito.
Ma no, mi sono detto, troppo distante dallo stile dell'attuale governo.
E poi ci sono tanti operai. Troppi, soprattutto per un paese con una produzione industriale così bassa come la nostra.
Poi è arrivato il marchio, la prima volta quasi casualmente. Poi una seconda: un'asserzione.
E allora è stato tutto - o quasi tutto - chiaro.
E' il nuovo spot della Fiat, e se non lo avete ancora visto ve lo metto qui sotto.

Avrei molte cose da dire su questo filmato, per esempio sulla coerenza fra le politiche industriali dell'azienda e la sua comunicazione. Ma non lo farò: altri l'hanno fatto e lo faranno.
Invece mi voglio soffermare su un aspetto più marginale, ma forse non meno significativo.
Quando l'ho visto, infatti, mi è subito venuto in mente un altro filmato promozionale che la Fiat aveva realizzato nel 1931 per il lancio della FIAT 522. Si chiama "Sotto i tuoi occhi" e non è attribuito, anche se sembra che dietro ci sia la mano di Mario Camerini. E' stato usato da Wilma Labate nella sequenza introduttiva di Signorina Effe (2007), ed è in questa versione che ve lo metto qui sotto.
Però, se volete vederlo nella sua versione originale andate qui , nel sito dell'archivio nazionale del cinema d'impresa.

Mi sembra che quello che accomuna due filmati così diversi sia la stessa idea della grandezza industriale, una grandeur che ha sempre caratterizzato la Fiat.
Allora, nel 1931, si mostrava al pubblico come nascesse "la più moderna delle autovetture", come dice l'attore ad una affascinata Isa Pola. Oggi si contrappone l'Italia "pittoresca" e quella dei "giovani che cercano un futuro" (a proposito, che facce sono secondo voi?  determinate o  disperate?) a quella "capace di grandi imprese industriali": ed ecco, non a caso, una veduta di stabilimenti Fiat.
Allora c'era il fascino delle grandi presse e della catena di montaggio. Oggi quello di una fabbrica robotizzata, pulita e quasi asettica, dove non sembrano esserci poi molte differenze tra gli operai e i tecnici specializzati.

Ma, a guardare bene, in questo passaggio c'è qualcosa che stride: "è il momento di ripartire", dice lo spot. Da dove? dalle macchine, viene da pensare guardando le immagini. Dalle braccia meccaniche che montano la vettura, e che sembrano contrapporsi alle prime braccia dello spot, quelle dell'artigiano che batte il ferro (altro che le grandi presse del 1931).
E la breve sequenza successiva, dove finalmente donne e uomini ci sono (ma anche qui, quanti stereotipi in quella figura di mamma/tecnico specializzato), non toglie la sensazione che quell'Italia industriale di cui si è parlato pochi secondi prima, non ci sia ormai più: è una sensazione che forse nasce dal fatto che siamo ormai alla fine dello spot, e che il marchio e l'oggetto da vendere occupano la scena. E così torniamo agli stereotipi: con quella città "tipicamente" italiana (direi Lucca, così a occhio) in cui si ferma la macchina sul claim finale. Quella è l'Italia che piace. Ma all'estero viene da pensare: negli Usa forse, dove attualmente (e credo che non cambierà in futuro) sono il cuore e la cassaforte dell'azienda. Un pensiero cattivo, forse. Ma quando poi scopri che lo spot è praticamente identico a quello della Grand Cherokee Chrysler non puoi che dare ragione a quanto scrivono sul Fatto quotidiano Dino Amenduni e Giovanna Cosenza.

E  finire per sottolineare le contraddizioni fra la forma e le intenzioni di questo spot .

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domenica 22 gennaio 2012

un'antica tentazione

Chiunque di voi guardi anche solo per sbaglio la televisione se ne sarà accorto. 
Siamo in prossimità della scadenza del canone RAI e ci provano in tutti i modi a ricordarci che bisogna pagarlo. Lo dicono alla fine dei programmi e ci bombardano di spot come questi.



(...che non mi sembra nemmeno il peggiore della serie, tutto giocato com'è sulla polisemia della parola tributo)

Nonostante questo, sembra che il canone sia la terza tassa più odiata dagli italiani (lo dice contribuenti.it) e arriva subito dopo le varie accise e il ticket. Secondo alcuni dati, nel 2010 circa il 41% delle famiglie non pagavano il canone: cinque anni prima erano circa il 22% (altri dati li trovate qui). Sarebbe interessante scoprire se e quanto il dato sia legato alla contemporanea decrescita degli ascolti e all'aumento degli abbonamenti alle tv a pagamento...
Comunque, quello che è certo è che si tratta di un'abitudine antica. 
Guardate qua:
E' la copertina di un numero di Radiofonia, una rivista di informazione e tecnica rafiofonica del 1924.
Vi ricorda qualcosa questa data? è l'anno della nascita dell'URI (per un veloce ripassino, andate qui).
E già allora le prime riviste di radiofonia si lamentavano delle tasse, che erano considerate, oltre che ingiuste, un ostacolo alla diffusione della radio in Italia. 
Leggete che cosa scriveva La radio per tutti, un'altra di queste riviste, in un articolo in cui si tentava il bilancio di un anno di trasmissioni (Un anno di esperienza, 1 settembre 1925):
 Vengo ora al più grosso e più discusso inconveniente che è quello delle tasse. L’utente deve pagare, complessivamente, per il primo anno, circa 330 lire per un apparecchio a quattro valvole; circa 200 lire per un apparecchio a galena! Nessuna distinzione fra poveri e ricchi; fra acquirenti di un lussuoso impianto da sei o settemila lire e quello di un impianto da meno di duemila; fra signorile amatore e studioso radiocultore. Anche qui l’anarchia impera. V’è chi paga e chi non paga il famoso “bollo”. Non si sa ancora se gli autocostruttori [cioè coloro che si costruiscono l’apparecchio ricevente da soli] debbano pagarlo o meno. Certo, tutta questa regolamentazione e fiscalismo sull’industria ed il commercio Radio inceppano ed impediscono lo sviluppo...
Un'altra epoca, senz'altro. 
Altri problemi, senza dubbio. 
Ma la propensione originale all'elusione si trova anche in quell'immagine e in quelle parole. Che poi, nei decenni successivi, sarebbero state ben altrimenti stimolate e rinforzate.

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giovedì 19 gennaio 2012

film da vedere: the artist

C'è un piccolo film che tutti voi dovreste vedere. E in particolare tutti voi che leggete queste righe perché siete - o siete stati - studenti di scienze della comunicazione.

Il film è questo

Dovete vederlo perché è divertente, brillante, intelligente. E perché è recitato ottimamente: spesso si dice che ci sono attori cani, mentre qui c'è un cane che è un vero attore.

E poi perché vale come una lezione di storia sociale del cinema in una delle sue prime fasi di apogeo e crisi, il passaggio dal muto al sonoro.

Come potrei raccontarvelo senza rovinarvi il piacere della visione? Diciamo che è la storia di una crisi professionale e personale, girata con garbo e leggerezza, con il giusto mix di dramma e divertimento. Ma soprattutto vi si ritrovano le facce e le espressioni, le movenze, i ritmi e i colori (o meglio, la loro assenza: perché, sì, è un film in bianco e nero) del cinema degli anni Venti e Trenta, il periodo in cui è ambientato, che vengono però impercettibilmente adattate alla nostra sensibilità visiva. Così quasi nemmeno ci rendiamo conto di trovarci di fronte ad un film "muto" (perché sì, oltre a non avere i colori, il film non ha nemmeno le parole), finché non è un intelligente cambio di ritmo e di organizzazione dell'immagine e della colonna sonora a ricordarcelo.

Ma non voglio stare qui a segnalarvi in modo pedantesco il modo in cui il film illustra quel periodo di transizione. Vedetelo, e lo capirete da soli.

Però c'è una annotazione che non riesco a trattenermi dal dirvi: questo film riesce anche con una serie di trovate brillanti e assolutamente "naturali" a ricordarci - o a insegnarci - che anche i film muti erano "sonori". Tutta la sequenza iniziale, per esempio, è uno splendido esempio di colonna sonora che da extra-diegetica si fa diegetica, mettendo in gioco la percezione dello spettatore e solleticando, allo stesso tempo, la sua intelligenza.

Ma è alla fine di quella sequenza che arriva il meglio: il famoso attore protagonista sale sul palco per ringraziare il suo pubblico.

E si esibisce in un perfetto (e divertente) numero di vaudeville, ricordandoci in questo modo la destinazione multipla delle sale cinematografiche e la provenienza di molti attori di cinema dal teatro di rivista. Pensavate davvero che sia stato un caso che The jazz singer - passato alla storia come il primo film sonoro della storia - riproducesse sullo schermo unalcuni elementi di un tipico numero musicale dell'epoca, il minstrel?

Al Jolson, protagonista di The Jazz Singer

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