Sono mesi, ormai, che questo blog tace. E allora, per contrappasso, mi sembra divertente tornare a farlo parlare quando tutti gli altri stanno zitti, giustamente impegnati ad arrostirsi sulle spiagge o a far prendere aria ai neuroni in montagna: a ferragosto.
A chiunque vorrà perdere un po' di tempo da queste parti, buona lettura.
C'erano due modi per raccontare i novant'anni dell'Istituto Luce, uno facile e uno difficile.
Si poteva percorrere un sentiero sicuro, poco rischioso, e anche - tutto sommato - poco interessante: rievocarne la storia in modo lineare, utilizzando l'immenso patrimonio di immagini come documenti capaci di parlare da soli. Una via didascalica, già molte volte seguita: forse poco emozionante (se non per le sensazioni che ogni spettatore avrebbe potuto sentire come un'eco in risposta alle immagini) ma in fondo sicura.
E poi si poteva percorrere un sentiero più difficile e pieno di rischi: prendere un concetto quasi abusato, di difficile definizione ma di facile intuizione, l'immaginario italiano, e lavorare su di esso e sul modo in cui l'Istituto Luce lo ha intercettato, attraversato, costruito nel corso dei suoi novant'anni di vita.
E' stata questa la via scelta dai curatori (Gabriele D'Autilia e Roland Sejko, rispettivamente per la parte scientifica e artistica) della mostra LUCE - l'immaginario italiano che sarà in esposizione al Complesso del Vittoriano a Roma fino al 21 settembre.
Ho visto la mostra qualche tempo fa e se ve ne parlo è perché vale la pena visitarla, e magari tornarci più di una volta.
Il sentiero impervio che hanno percorso i curatori, va detto subito, paga: hanno rischiato ma hanno ottenuto qualcosa di nuovo e bello. Questo non significa che non ci siano problemi, e ne parleremo. Prima, però, va sottolineato quello che funziona.
Funziona il percorso espositivo, che è allo stesso tempo cronologico, tematico e costruito per assonanze o contrapposizioni visuali.
Funzionano l'allestimento e la scenografia: i testi sono didascalici quel tanto che serve a permettere di orientarsi ai visitatori che non conoscono la storia del Luce (e quella dell'Italia a cui essa si sovrappone). Ma contengono piccole osservazioni, annotazioni, rimandi che coinvolgono - anche in modo critico - il visitatore più attento e lo studioso. La scenografia, poi, rimanda alla grafica degli anni Trenta e Quaranta (e non poteva essere diversamente, vista la storia dell'Istituto) ma la modernizza quel tanto che basta a renderla attuale anche per i decenni successivi.
Soprattutto funzionano i video, che inevitabilmente costituiscono l'elemento caratterizzante dell'intero percorso narrativo-espositivo.
E' proprio in questi video che la scelta attualizzante e - oserei dire - ri-semantizzante degli autori emerge con tutta la sua forza. Voglio dire che la filosofia che, secondo me, guida l'allestimento è il far parlare al presente documenti e immagini del passato: non ci sono cartoline dal passato ma - quasi - sguardi sull'oggi, se non addirittura sul domani.
I video originali, così, sono stati mescolati, manipolati, rimontati, in modo che emergessero dalle stesse immagini (sottolineate, evidenziate, decontestualizzate e ricontestualizzate con giochi grafici eleganti e non banali) ciò che le immagini non vorrebbero (o non avrebbero dovuto, per gli anni Trenta e Quaranta) dire.
Qui c'è un piccolo saggio di quello che voglio dire: appena un divertissement in realtà, giusto per lanciare la mostra.
Nonostante questa sia la parte migliore della mostra (la regia dei video è di Roland Sejko), è anche la parte in cui si riscontrano alcuni problemi, soprattutto di audio: problemi di allestimento, dunque, mi viene da pensare. In effetti spesso l'audio dei diversi video si sovrappone, creando non poca confusione.
Ma, in realtà (e credo del tutto involontariamente), questo difetto finisce per enfatizzare il rimescolamento che è stato realizzato nei video, accentuando quella ri-semantizzazione delle immagini a cui accennavo prima: così, in una sala dedicata ai video di Mussolini, l'audio che accompagna la carrellata delle facce del Duce che si accinge a parlare alla folla è quello del video che lo fronteggia dall'altra parte del corridoio, dedicato ai cambiamenti del costume: si innesca un cortocircuito straniante ma terribilmente efficace che dà un senso nuovo alle espressioni di Mussolini, viste mille e mille volte nei mille e mille documentari a lui dedicati.
E, per inciso, anche in questo caso gli autori hanno saputo guardare oltre il luogo comune: il luogo comune (per il loro abuso nella storia "televisiva") sono, appunto, i discorsi di Mussolini, già visti e ascoltati decine e decine di volte a partire dall'antico (1998) Parla Mussolini di Nicola Caracciolo. Ma qui si vedono solo gli intermezzi, le attese, i silenzi, l'avvio (muto) dei discorsi o la loro conclusione, come se gli autori avessero voluto sottolineare che sono state soprattutto quelle espressioni, quelle posture, quelle mimiche, più che i contenuti dei discorsi che esse punteggiavano, a depositarsi nel nostro immaginario.
Un altro problema riguarda gli anni Sessanta e Settanta, perché qui l'immaginario degli italiani cambia anche - e soprattutto - per mezzo della televisione. E la televisione è - gioco forza - assente (o quasi) nei materiali dell'Archivio Luce (che poi sono anche i cinegiornali della Settimana Incom e tutte le altre acquisizioni che negli anni l'Istituto ha potuto fare).
Ancora una volta gli autori cercano di superare il problema giocando sull'allestimento, con pannelli video di grande effetto nei quali ci si perderebbe volentieri.
E tuttavia rimane il problema di fondo che è stato soprattutto l'immaginario italiano della prima metà del Novecento ad essere attraversato e modellato - addirittura, in qualche misura, anche fondato - dal Luce. Il suo ruolo nel dopoguerra diventa sempre più marginale e, per quanto i curatori ne siano pienamente consapevoli e siano bravi ad indicare altri percorsi (come quello che vede il Luce produttore cinematografico, o fotografo), l'immaginario nella seconda metà del secolo c'è solo in parte. Li aiuta, certo, il fatto che concentrarsi sull'immaginario abbia voluto dire allontanarsi metaforicamente dalla storia politica per concentrarsi soprattutto su quella sociale (con ampie aperture al costume), cosa che gli permette di sfruttare al meglio le immagini degli anni Sessanta e Settanta quando i cinegiornali hanno sempre più come modello il rotocalco e sempre meno il quotidiano: ma le assenze si sentono.
Così come si sente, almeno in qualche sezione, la mancanza di didascalie che indichino gli autori dei filmati originali: certo, il lavoro di ricontestualizzazione dei video è in contrasto concettuale con questo tipo di didascalie filologiche; e tuttavia la sala d'ingresso (dedicata ai primissimi video Luce, di natura educativa) e quella riservata ai documentari "d'autore" si sarebbero senz'altro giovate di questa ulteriore informazione.
Ma, in fin dei conti, sono poche e marginali osservazioni critiche (anche se qualcun'altra se ne potrebbe fare) di fronte ad un lavoro notevole che ha il suo maggior pregio nel far "vivere" l'archivio Luce, facendolo parlare al presente e non più solo al passato.
tante immagini per salutare il primo di maggio
Per ricordare il primo maggio di quest'anno mi affido a Rai Storia e alla selezione di immagini che hanno fatto. Le trovate se seguite questo link: Da Chicago a Roma: storia per immagini del Primo Maggio - Rai Storia
Ma se non vi bastano e volete provare a capire un po' meglio che cosa sia stato il primo maggio, eccovene un altro po', tratte dal canale youtube della British Pathé:
Un primo maggio londinese nel 1920
E poi a Roma, nel 1955
Dite che ci sono un po' poche bandiere rosse? E ci sono un po' troppe immagini di piazza San Pietro? Certo, perché quello del 1955 è stato un primo maggio particolare: la chiesa festeggiava infatti, su indicazione delle Acli, San Giuseppe artigiano (leggete qui il discorso del Papa alle Acli) . E il conflitto simbolico che questa scelta sottendeva è entrato così profondamente nell'immaginario collettivo da diventare la sequenza di apertura de La dolce vita
Tre anni dopo la Pathé ci racconta l'intervento della polizia a Londra
e le sfilate a piazza San Venceslao, in Cecoslovacchia
...e buon primo maggio
Ma se non vi bastano e volete provare a capire un po' meglio che cosa sia stato il primo maggio, eccovene un altro po', tratte dal canale youtube della British Pathé:
Un primo maggio londinese nel 1920
E poi a Roma, nel 1955
Dite che ci sono un po' poche bandiere rosse? E ci sono un po' troppe immagini di piazza San Pietro? Certo, perché quello del 1955 è stato un primo maggio particolare: la chiesa festeggiava infatti, su indicazione delle Acli, San Giuseppe artigiano (leggete qui il discorso del Papa alle Acli) . E il conflitto simbolico che questa scelta sottendeva è entrato così profondamente nell'immaginario collettivo da diventare la sequenza di apertura de La dolce vita
Tre anni dopo la Pathé ci racconta l'intervento della polizia a Londra
e le sfilate a piazza San Venceslao, in Cecoslovacchia
...e buon primo maggio
Etichette:
primo maggio
con le ali legate
La cultura in Abruzzo non se la passa bene.
Giusto per dare qualche cifra indicativa, nel 2011 la graduatoria di quelli che si è soliti chiamare "consumi culturali" era questa:
su 1.266.000 abitanti (oltre i sei anni), il 58,8% è andata al cinema, il 33,8% ha assistito ad uno spettacolo sportivo, il 24,2% è andata a sentire un concerto (ma solo l'8,1% un concerto di musica classica); il 23,7% è andata in un museo e il 23,2% ha frequentato discoteche, balere o simili, il 19,7% è andato a teatro e il 17% ha visitato un sito archeologico o un monumento (si tratta di dati istat e se vi interessa il dettaglio, andate qui).
Lo scandalo che ha visto protagonista l'assessore regionale alla cultura e che, per i suoi toni boccacceschi (o forse da commedia pecoreccia dei tardi anni Settanta, non saprei), ha ottenuto una certa visibilità nelle cronache nazionali (volete un promemoria? ecco qui), non ha fatto che aggravare le cose.
O forse, semplicemente, rivelarle.
Fatto sta che, nell'imminenza delle elezioni regionali, sono molti i soggetti privati e pubblici che si stanno muovendo per richiamare l'attenzione sul ruolo centrale che la cultura può e deve svolgere nell'agenda politica regionale. Lo sta facendo il Club Unesco Città di Pescara che, attraverso il lavoro di un focus group, vuole individuare i punti centrali di un piano straordinario per la cultura in Abruzzo (trovate qui il comunicato stampa). Lo ha fatto l'Università di Teramo che, insieme alla Provincia, ha organizzato l'11 aprile scorso un incontro intitolato #tesorocultura: qui, qui, qui e qui trovate una breve rassegna stampa dell'evento, in cui si accenna anche al video che ho realizzato insieme ad alcuni studenti della facoltà di Scienze della comunicazione su questo tema.
Abbiamo scelto di intitolarlo Con le ali legate. Impressioni sulla cultura in Abruzzo e potete vederlo qui sotto (ma visualizzatelo direttamente su youtube, per vederlo meglio, che qui è un po' costretto).
Non è un reportage sullo stato della cultura in Abruzzo (che pure avrebbe meritato di essere fatto), né un viaggio sulle possibilità inespresse di una regione (cosa che certo non sarebbe di scarso interesse) ma solo una - come dire? - "fotografia emotiva" di quello che c'è qui ed ora, e dello stato d'animo di chi, per professione e per passione, guarda alla realtà della regione e di coloro che provano a fare cultura.
E' uno sguardo limitato, ristretto, come ristretto è il numero degli interlocutori.
Che tuttavia, per quanto pochi, sono stati pur sempre troppi per il minutaggio che ci eravamo dati come obiettivo iniziale.
Ci eravamo detti, progettando il lavoro: dieci minuti massimo; e pensavamo a sette.
Siamo arrivati a diciotto: e ce ne sarebbero voluti venti, o forse più.
Il fatto è che ci sarebbe tanto da dire. Tante riflessioni da fare e tante storie da raccontare. Storie di passione e di sacrificio, spesso. E fin troppo spesso, di sprechi e di dissipazioni (di risorse, bellezza, dedizione, amore). Ma anche storie di successi e di inesausta volontà. Tutte storie che aspettavano solo qualcuno che le volesse ascoltare.
Se questo video sarà anche solo un piccolo tassello di un percorso (lungo e faticoso) di risalita - e di rinascita, diciamolo pure - avrà fatto molto di più di quanto chi lo ha realizzato potesse sperare nel momento in cui lo stava facendo.
Noi abbiamo lavorato di corsa, come sempre accade in questi casi.
Ma ve lo posso dire con sincerità: è stato bello progettare e discutere con alcuni studenti di un tema del genere, così complesso e scivoloso; ragionare con loro sulle domande da fare; immaginare lo stile da adottare.
E' stato bello anche pensare soluzioni visive che poi non si sono potute adottare.
Scegliere.
Scartare.
E' stato un bel modo di fare università: certo diverso da una lezione; meno complesso - forse - di una dissertazione teorica. Ma un modo per crescere ed imparare, questo sì: di sicuro. Per loro e per me. E anche questa è cultura e trasmissione di sapere.
Giusto per dare qualche cifra indicativa, nel 2011 la graduatoria di quelli che si è soliti chiamare "consumi culturali" era questa:
su 1.266.000 abitanti (oltre i sei anni), il 58,8% è andata al cinema, il 33,8% ha assistito ad uno spettacolo sportivo, il 24,2% è andata a sentire un concerto (ma solo l'8,1% un concerto di musica classica); il 23,7% è andata in un museo e il 23,2% ha frequentato discoteche, balere o simili, il 19,7% è andato a teatro e il 17% ha visitato un sito archeologico o un monumento (si tratta di dati istat e se vi interessa il dettaglio, andate qui).
Lo scandalo che ha visto protagonista l'assessore regionale alla cultura e che, per i suoi toni boccacceschi (o forse da commedia pecoreccia dei tardi anni Settanta, non saprei), ha ottenuto una certa visibilità nelle cronache nazionali (volete un promemoria? ecco qui), non ha fatto che aggravare le cose.
O forse, semplicemente, rivelarle.
Fatto sta che, nell'imminenza delle elezioni regionali, sono molti i soggetti privati e pubblici che si stanno muovendo per richiamare l'attenzione sul ruolo centrale che la cultura può e deve svolgere nell'agenda politica regionale. Lo sta facendo il Club Unesco Città di Pescara che, attraverso il lavoro di un focus group, vuole individuare i punti centrali di un piano straordinario per la cultura in Abruzzo (trovate qui il comunicato stampa). Lo ha fatto l'Università di Teramo che, insieme alla Provincia, ha organizzato l'11 aprile scorso un incontro intitolato #tesorocultura: qui, qui, qui e qui trovate una breve rassegna stampa dell'evento, in cui si accenna anche al video che ho realizzato insieme ad alcuni studenti della facoltà di Scienze della comunicazione su questo tema.
Abbiamo scelto di intitolarlo Con le ali legate. Impressioni sulla cultura in Abruzzo e potete vederlo qui sotto (ma visualizzatelo direttamente su youtube, per vederlo meglio, che qui è un po' costretto).
Non è un reportage sullo stato della cultura in Abruzzo (che pure avrebbe meritato di essere fatto), né un viaggio sulle possibilità inespresse di una regione (cosa che certo non sarebbe di scarso interesse) ma solo una - come dire? - "fotografia emotiva" di quello che c'è qui ed ora, e dello stato d'animo di chi, per professione e per passione, guarda alla realtà della regione e di coloro che provano a fare cultura.
E' uno sguardo limitato, ristretto, come ristretto è il numero degli interlocutori.
Che tuttavia, per quanto pochi, sono stati pur sempre troppi per il minutaggio che ci eravamo dati come obiettivo iniziale.
Ci eravamo detti, progettando il lavoro: dieci minuti massimo; e pensavamo a sette.
Siamo arrivati a diciotto: e ce ne sarebbero voluti venti, o forse più.
Il fatto è che ci sarebbe tanto da dire. Tante riflessioni da fare e tante storie da raccontare. Storie di passione e di sacrificio, spesso. E fin troppo spesso, di sprechi e di dissipazioni (di risorse, bellezza, dedizione, amore). Ma anche storie di successi e di inesausta volontà. Tutte storie che aspettavano solo qualcuno che le volesse ascoltare.
Se questo video sarà anche solo un piccolo tassello di un percorso (lungo e faticoso) di risalita - e di rinascita, diciamolo pure - avrà fatto molto di più di quanto chi lo ha realizzato potesse sperare nel momento in cui lo stava facendo.
Noi abbiamo lavorato di corsa, come sempre accade in questi casi.
Ma ve lo posso dire con sincerità: è stato bello progettare e discutere con alcuni studenti di un tema del genere, così complesso e scivoloso; ragionare con loro sulle domande da fare; immaginare lo stile da adottare.
E' stato bello anche pensare soluzioni visive che poi non si sono potute adottare.
Scegliere.
Scartare.
E' stato un bel modo di fare università: certo diverso da una lezione; meno complesso - forse - di una dissertazione teorica. Ma un modo per crescere ed imparare, questo sì: di sicuro. Per loro e per me. E anche questa è cultura e trasmissione di sapere.
Etichette:
cose fatte,
speranze,
studenti,
università
Una generazione d'emergenza ad Ascoli Piceno
Ecco qua:
Se volete qualche anticipazione in forma di recensione potete andare qui. E altre ne troverete, se vi farete un giro su internet.
Poi ne riparliamo venerdì.
Per ora vi dico solo che una delle cose che mi hanno colpito del libro non è nel libro, ma sul sito della casa editrice che sta facendo un lavoro secondo me utile: mettere a disposizione dei lettori dei materiali aggiuntivi, di vario genere (documentario, iconografico), che non sono potuti confluire nel volume. Per vederli seguite il link.
Si tratta di una sorta di compendio al già ricco materiale presente nel libro, utile per approfondire alcuni aspetti, ma anche per cogliere i processi di selezione che ha fatto l'autrice: selezione che, di fronte ad un materiale eterogeneo come quello di cui si è servita, è già parte del processo di analisi e di scrittura.
Potrebbe essere fatto meglio?
Potrebbe essere fatto meglio.
Non tanto dal punto di vista della selezione, nel cui merito non entro perché il libro non l'ho scritto io, ovviamente, ma da quello dell'organizzazione per il web. L'uso di pdf mi sembra una scorciatoia (di cui capisco le motivazioni, economiche e di funzionalità innanzitutto) che finisce per sminuire la forza dei materiali. Meglio sarebbe stato, secondo me, osare dei percorsi multimediali da consultare on line: si sarebbe, forse, rischiato di fare perdere il lettore fra tutti questi rimandi, ma certo lo si sarebbe portato anche a cogliere - almeno in parte - la complessità e l'eterogeneità di quella cultura a cui Silvia Casilio ha cercato di dare sistematicità.
Comunque una strada interessante che, percorsa in modo sistematico e con un minimo di investimenti, potrebbe rendere molto più permeabile il confine fra libri cartacei e digitali, soprattutto in ambito accademico (ma anche divulgativo).
Etichette:
cose da leggere,
dove vado e cosa faccio,
libri
Tra luoghi e mestieri, il giorno dopo (quasi una recensione)
Come vi avevo annunciato, ieri sono stato alla Casa della Memoria e della Storia di Roma per presentare Tra luoghi e mestieri, il libro pubblicato dalle edizioni Ca' Foscari e curato da Gilda Zazzara.
E' stata una bella occasione per discutere di lavoro, precarietà, identità, ma non è stata certo una presentazione - come dire? - ordinaria.
"Ragazzi, è stata una bella cosa. Non so esattamente cosa, ma è stata bella", ci hanno detto dal pubblico alla fine.
In effetti, assenze e presenze impreviste hanno finito per stravolgere il classico modulo della presentazione dei libri:
il moderatore introduce
parla il primo relatore
parla il secondo
"ci sono interventi dal pubblico?"
silenzio
"allora grazie a tutti".
E alla fine abbiamo fatto pure un piccolo aperitivo con il pubblico, in cui la discussione è continuata a piccoli gruppi, mischiandosi con le chiacchiere sull'attualità politica.
Naturalmente, non ho potuto usare il testo che avevo preparato. E allora lo metto qui sotto, quasi come se fosse una recensione.
Chi fosse interessato, può continuare dopo il salto.
Chi invece vuole leggersi il libro può seguire il link, perché la casa editrice lo ha pubblicato in forma digitale e gratuita.
E' stata una bella occasione per discutere di lavoro, precarietà, identità, ma non è stata certo una presentazione - come dire? - ordinaria.
"Ragazzi, è stata una bella cosa. Non so esattamente cosa, ma è stata bella", ci hanno detto dal pubblico alla fine.
In effetti, assenze e presenze impreviste hanno finito per stravolgere il classico modulo della presentazione dei libri:il moderatore introduce
parla il primo relatore
parla il secondo
"ci sono interventi dal pubblico?"
silenzio
"allora grazie a tutti".
E alla fine abbiamo fatto pure un piccolo aperitivo con il pubblico, in cui la discussione è continuata a piccoli gruppi, mischiandosi con le chiacchiere sull'attualità politica.
Naturalmente, non ho potuto usare il testo che avevo preparato. E allora lo metto qui sotto, quasi come se fosse una recensione.
Chi fosse interessato, può continuare dopo il salto.
Chi invece vuole leggersi il libro può seguire il link, perché la casa editrice lo ha pubblicato in forma digitale e gratuita.
Etichette:
libri,
recensioni
Tra luoghi e mestieri: lunedì 24 febbraio
Lunedì 24 febbraio sarò alla Casa della memoria e della storia di Roma (Via S. Francesco di Sales, 5) per presentare questo libro.
Cominciamo alle 16, e avrò il piacere di parlarne con tre delle autrici (Gilda Zazzara, Eloisa Betti e Stefania Ficacci) e con Giovanni Contini.
Si tratta di un volume a più mani (gli altri autori sono Stefano Gallo, Maria Porzio e Eloisa Betti) che raccoglie alcuni saggi sul lavoro scritti da ricercatori giovani dal punto di vista anagrafico ma maturi per le capacità di ricerca e analisi.
Naturalmente, qui non vi anticipo niente di quello che dirò: se siete interessati - e siete a Roma - venite anche voi alla discussione.
Però voglio segnalarvi qualche elemento in più per inquadrare il libro (e magari farvi venire un po' di curiosità).
I saggi affrontano alcuni temi del lavoro: e già questo è un punto a loro favore, in epoca di deindustrializzazione, esternalizzazioni e lavoro che, dopo essersi fatto immateriale, sembra farsi sempre più evaniescente. Ma lo fanno raccontando lavori tanto inusuali (non perché poco frequenti ma perché poco indagati) quanto interessanti: i mille mestieri dei quartieri popolari di Roma, i lavoratori del mare di Torre del Greco, le rammendatrici vicentine e così via. E lo fanno soprattutto attraverso gli strumenti della storia orale, da una prospettiva che non si può più definire insolita ma che, più la si usa più continua a rivelarsi ricca dal punto di vista euristico.
Del resto, le ricerche nascono all'interno di un seminario dell'Università Ca' Foscari di Venezia chiamato "Ascoltare il lavoro" (qui il programma dell'edizione 2013), un'iniziativa che ormai ha qualche anno e che mi auguro continuerà a lungo. Anche perché ascoltando questi lavori del passato (il cuore dei racconti si situa tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta) continuiamo a porci domande sui lavori di oggi, ma anche sul modo in cui il lavoro e i suoi mondi sono stati raccontati fin'ora, all'ombra di idee e categorie la cui compattezza sembra venire sempre più erosa dalle ricerche di oggi.
Ci vediamo lì, allora. (questa è la locandina: se ci cliccate sopra si ingrandisce)
Oppure - forse - ci rileggiamo da queste parti, così vi dico com'è andata e vi racconto qualcosa di più sul libro.
Cominciamo alle 16, e avrò il piacere di parlarne con tre delle autrici (Gilda Zazzara, Eloisa Betti e Stefania Ficacci) e con Giovanni Contini.
Si tratta di un volume a più mani (gli altri autori sono Stefano Gallo, Maria Porzio e Eloisa Betti) che raccoglie alcuni saggi sul lavoro scritti da ricercatori giovani dal punto di vista anagrafico ma maturi per le capacità di ricerca e analisi.
Naturalmente, qui non vi anticipo niente di quello che dirò: se siete interessati - e siete a Roma - venite anche voi alla discussione.
Però voglio segnalarvi qualche elemento in più per inquadrare il libro (e magari farvi venire un po' di curiosità).
I saggi affrontano alcuni temi del lavoro: e già questo è un punto a loro favore, in epoca di deindustrializzazione, esternalizzazioni e lavoro che, dopo essersi fatto immateriale, sembra farsi sempre più evaniescente. Ma lo fanno raccontando lavori tanto inusuali (non perché poco frequenti ma perché poco indagati) quanto interessanti: i mille mestieri dei quartieri popolari di Roma, i lavoratori del mare di Torre del Greco, le rammendatrici vicentine e così via. E lo fanno soprattutto attraverso gli strumenti della storia orale, da una prospettiva che non si può più definire insolita ma che, più la si usa più continua a rivelarsi ricca dal punto di vista euristico.
Del resto, le ricerche nascono all'interno di un seminario dell'Università Ca' Foscari di Venezia chiamato "Ascoltare il lavoro" (qui il programma dell'edizione 2013), un'iniziativa che ormai ha qualche anno e che mi auguro continuerà a lungo. Anche perché ascoltando questi lavori del passato (il cuore dei racconti si situa tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta) continuiamo a porci domande sui lavori di oggi, ma anche sul modo in cui il lavoro e i suoi mondi sono stati raccontati fin'ora, all'ombra di idee e categorie la cui compattezza sembra venire sempre più erosa dalle ricerche di oggi.
Ci vediamo lì, allora. (questa è la locandina: se ci cliccate sopra si ingrandisce)
Oppure - forse - ci rileggiamo da queste parti, così vi dico com'è andata e vi racconto qualcosa di più sul libro.
Etichette:
cose da leggere,
tourné
Il ricordo non si esaurisce in un giorno
27 gennaio, giorno della memoria.
Molti scrivono oggi sulla Shoah. Leggendo qua e là può venire il dubbio che la memoria che oggi ci si ricorda di praticare non sia un vero atto di rammemoriazione, ma solo una forma di partecipazione - più o meno formale - ad un rito civile.
E' utile? La domanda risuona sin da quando, 14 anni fa, questo giorno fu introdotto per legge nel nostro calendario civile. Quanto accaduto l'altro giorno a Roma (i pacchi con le teste di maiale recapitati alla Sinagoga di Roma, al museo che ospita una mostra sulla Shoah e all'ambasciata israeliana: qui e qui la cronaca, qui un commento di Gad Lerner) dimostra che sì, è utile. Ancora e sempre.
Io, oggi, non aggiungerò le mie parole a quelle di chi, con maggiore competenza di me, parla di Shoah e memoria. Preferisco, stavolta, usare quelle di altri, per dare uno sguardo ad un tema che inizia a diventare centrale in questa discussione: il modo in cui questa memoria sia entrata a far parte del nostro immaginario collettivo, passando attraverso una rappresentazione pop ma, allo stesso tempo, diventando anch'essa una rappresentazione pop.
Le parole a cui vi rimando sono quelle di Damiano Garofalo, un ricercatore di storia che è responsabile della videoteca della Fondazione Museo della Shoah di Roma, che riflette sulla forza pop della Shoah in questo articolo:
Molti scrivono oggi sulla Shoah. Leggendo qua e là può venire il dubbio che la memoria che oggi ci si ricorda di praticare non sia un vero atto di rammemoriazione, ma solo una forma di partecipazione - più o meno formale - ad un rito civile.
E' utile? La domanda risuona sin da quando, 14 anni fa, questo giorno fu introdotto per legge nel nostro calendario civile. Quanto accaduto l'altro giorno a Roma (i pacchi con le teste di maiale recapitati alla Sinagoga di Roma, al museo che ospita una mostra sulla Shoah e all'ambasciata israeliana: qui e qui la cronaca, qui un commento di Gad Lerner) dimostra che sì, è utile. Ancora e sempre.
Io, oggi, non aggiungerò le mie parole a quelle di chi, con maggiore competenza di me, parla di Shoah e memoria. Preferisco, stavolta, usare quelle di altri, per dare uno sguardo ad un tema che inizia a diventare centrale in questa discussione: il modo in cui questa memoria sia entrata a far parte del nostro immaginario collettivo, passando attraverso una rappresentazione pop ma, allo stesso tempo, diventando anch'essa una rappresentazione pop.
Le parole a cui vi rimando sono quelle di Damiano Garofalo, un ricercatore di storia che è responsabile della videoteca della Fondazione Museo della Shoah di Roma, che riflette sulla forza pop della Shoah in questo articolo:
LA SHOAH È ANCORA “IL MALE ASSOLUTO”?
di minima&moralia pubblicato domenica, 26 gennaio 2014 · 1 Commento
Il 27 gennaio è la Giornata della Memoria. Vorremmo approfittare di questa occasione di riflessione per postare una serie di tre, quattro articoli sul temi legati alla Shoah e alla memoria.
di Damiano Garofalo
A poco meno di settant’anni dalla fine della guerra e a quasi dieci dall’istituzione internazionale della Giornata della Memoria, è ancora possibile definire la Shoah – lo sterminio di circa sei milioni di ebrei d’Europa – come il paradigma storico del cosiddetto «male assoluto»?
Adorno, l’indicibile e la cultura pop. Nell’era della post-memoria, tutte le immagini assumono un potere iconico: oltre a essere proiettate nella massmedialità, infatti, esse si pongono in una dimensione dialettica con l’immaginario pubblico del trauma. Il percorso di questo immaginario relativo alla Shoah ha però fatto storicamente i conti con delle resistenze culturali, che ne hanno accompagnato l’intero processo formativo.
E poi ad un sito di critica fumettistica, Lo Spazio Bianco, che ha raccolto le recensioni e le riflessioni che ha fatto negli anni sulle diverse narrazioni grafiche dello sterminio, un utile compendio (al di là delle opinioni sui singoli albi) al discorso introdotto da Garofalo. Li trovate qui.
Buona lettura.
Etichette:
Giorno della memoria






