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con le ali legate

La cultura in Abruzzo non se la passa bene.
Giusto per dare qualche cifra indicativa, nel 2011 la graduatoria di quelli che si è soliti chiamare "consumi culturali" era questa:
su 1.266.000 abitanti (oltre i sei anni), il 58,8% è andata al cinema, il 33,8% ha assistito ad uno spettacolo sportivo, il 24,2% è andata a sentire un concerto (ma solo l'8,1% un concerto di musica classica); il 23,7% è andata in un museo e il 23,2% ha frequentato discoteche, balere o simili, il 19,7% è andato a teatro e il 17% ha visitato un sito archeologico o un monumento (si tratta di dati istat e se vi interessa il dettaglio, andate qui).

Lo scandalo che ha visto protagonista l'assessore regionale alla cultura e che, per i suoi toni boccacceschi (o forse da commedia pecoreccia dei tardi anni Settanta, non saprei), ha ottenuto una certa visibilità nelle cronache nazionali (volete un promemoria? ecco qui), non ha fatto che aggravare le cose.
O forse, semplicemente, rivelarle.

Fatto sta che, nell'imminenza delle elezioni regionali, sono molti i soggetti privati e pubblici che si stanno muovendo per richiamare l'attenzione sul ruolo centrale che la cultura può e deve svolgere nell'agenda politica regionale. Lo sta facendo il Club Unesco Città di Pescara che, attraverso il lavoro di un focus group, vuole individuare i punti centrali di un piano straordinario per la cultura in Abruzzo (trovate qui il comunicato stampa). Lo ha fatto l'Università di Teramo che, insieme alla Provincia, ha organizzato l'11 aprile scorso un incontro intitolato #tesorocultura: qui, qui, qui e qui trovate una breve rassegna stampa dell'evento, in cui si accenna anche al video che ho realizzato insieme ad alcuni studenti della facoltà di Scienze della comunicazione su questo tema.

Abbiamo scelto di intitolarlo Con le ali legate. Impressioni sulla cultura in Abruzzo e potete vederlo qui sotto (ma visualizzatelo direttamente su youtube, per vederlo meglio, che qui è un po' costretto).



Non è un reportage sullo stato della cultura in Abruzzo (che pure avrebbe meritato di essere fatto), né un viaggio sulle possibilità inespresse di una regione (cosa che certo non sarebbe di scarso interesse) ma solo una - come dire? - "fotografia emotiva" di quello che c'è qui ed ora, e dello stato d'animo di chi, per professione e per passione, guarda alla realtà della regione e di coloro che provano a fare cultura.
E' uno sguardo limitato, ristretto, come ristretto è il numero degli interlocutori.
Che tuttavia, per quanto pochi, sono stati pur sempre troppi per il minutaggio che ci eravamo dati come obiettivo iniziale.
Ci eravamo detti, progettando il lavoro: dieci minuti massimo; e pensavamo a sette.
Siamo arrivati a diciotto: e ce ne sarebbero voluti venti, o forse più.

Il fatto è che ci sarebbe tanto da dire. Tante riflessioni da fare e tante storie da raccontare. Storie di passione e di sacrificio, spesso. E fin troppo spesso, di sprechi e di dissipazioni (di risorse, bellezza, dedizione, amore). Ma anche storie di successi e di inesausta volontà. Tutte storie che aspettavano solo qualcuno che le volesse ascoltare.

Se questo video sarà anche solo un piccolo tassello di un percorso (lungo e faticoso) di risalita - e di rinascita, diciamolo pure - avrà fatto molto di più di quanto chi lo ha realizzato potesse sperare nel momento in cui lo stava facendo.

Noi abbiamo lavorato di corsa, come sempre accade in questi casi.
Ma ve lo posso dire con sincerità: è stato bello progettare e discutere con alcuni studenti di un tema del genere, così complesso e scivoloso; ragionare con loro sulle domande da fare; immaginare lo stile da adottare.
E' stato bello anche pensare soluzioni visive che poi non si sono potute adottare.
Scegliere.
Scartare.

E' stato un bel modo di fare università: certo diverso da una lezione; meno complesso - forse - di una dissertazione teorica. Ma un modo per crescere ed imparare, questo sì: di sicuro. Per loro e per me. E anche questa è cultura e trasmissione di sapere.


comunite: (ri)nascita di un sito

Il 26 giugno 2012 scrivevo queste parole (e se volete capire qualcosa di quello che sto per dire dovrete andare a rileggervele) e incrociavo le dita perché le cose andassero a buon fine.
Oggi, finalmente, è ora di disincrociarle (si dirà così?). Certo, dopo quasi un anno sono un po' anchilosate, ma il senso di liberazione e di conquista è ancora più forte.
Da oggi il nuovo sito della facoltà di Scienze della Comunicazione è on line: attivo, funzionante e pronto a ricevere la collaborazione di tutti quelli che vorranno mettersi alla prova e far crescere la comunità in cui vivono, studiano e crescono.
Non tutto è ancora perfetto: alcune pagine sono da rifinire, altre da migliorare, altre ancora da inventare.
Ma è lì, e vi aspetta.
Il nuovo comunite è nato durante il "laboratorio di conunicazione multimediale" che avevo tenuto lo scorso anno insieme a Gabriele D'Autilia. Il senso di quello che avevamo provato a fare era applicare ad un progetto reale tutta la teoria accumulata fino ad allora. C'era un vecchio sito della facoltà da rinnovare e reinventare. E c'era un gruppo volenteroso di studenti, pronti a raccogliere la sfida e a mettersi in gioco.
Finito il corso, il nuovo sito era abbozzato nella sua struttura e, soprattutto, nella sua filosofia: partecipazione, interazione, condivisione, multimedialità dovevano essere le chiavi per accedervi.
Ma la parola chiave, l'architrave, era un altro: comunità. La facoltà - e l'università - come comunità di studenti e docenti, in cui c'è qualcosa di più del semplice trasferimento di conoscenze: c'è un continuo e mutuo scambio - di informazioni, idee, pensieri, opinioni, gusti, passioni - che, quando si attiva, produce crescita in tutti quelli che ne fanno parte.
Certo, poi ci sono le vischiosità, le abitudini, le chiusure, le intolleranze, le scorciatoie, le svogliatezze, le disillusioni, e tutto quello che impedisce a qualsiasi gruppo di crescere e maturare.
E infatti c'è voluto quasi un anno per riuscire a scrociare (si dirà così?) quelle dita che, insieme ad un gruppo di ragazze e di ragazzi, avevo incrociato quasi un anno fa.
Qualcuno, nel frattempo, ha deciso che aveva di meglio da fare. Qualcun altro ha finito il suo percorso, e ha trovato nuove strade. Ma qualcuno è pure arrivato e ha deciso di mettersi in gioco.
E ora la parola è a tutti gli altri: quelli che visiteranno il sito, lo consulteranno, vi collaboreranno.
Se questa idea riuscirà a proseguire il suo cammino sarà anche grazie a loro.
Se è arrivata fino a qui, invece, è grazie a Cosimo, Letizia, Andrea, Anna, Diana, Martina e Valentina.

25 aprile

...dietro ai partigiani italiani, in questo momento, non v’è alcun consolidato e sano ordinamento politico: da un lato, v’è il caos, anarchico e tirannico ad un tempo, della cosiddetta repubblica sociale fascista; dall’altro, v’è una nuova organizzazione, a base popolare e democratica, tuttora in fase rivoluzionaria, che conduce la guerra antitedesca e antifascista, e tende a un radicale rinnovamento del paese. Ora, di questa organizzazione i partigiani non sono solo i mandatari ed esecutori, ma anche parte costitutiva ispiratrice e promotrice (…). Ecco dunque perché dire partigiano senza coscienza politica è, sostanzialmente, una contraddizione in termini.
Naturalmente, coscienza politica non significa appartenenza a un determinato partito: non è necessario cioè, per essere un vero partigiano, militare più o meno formalmente nelle file di un partito progressista. Ma significa invece sapere cosa si vuole, avere un orientamento, ispirarsi a un indirizzo politico: su quella linea di democrazia progressiva, in funzione di quegli ideali di giustizia e di libertà, che stanno alla base della nostra lotta, piaccia o non piaccia a taluno.
Partigianato e politica, "Quelli della montagna", n.3, novembre 1944
e ancora
La vita partigiana si presta alle idealizzazioni romantiche, perché ha i misteri del carbonaro del nostro Risorgimento, l’avventura del fuori legge, la passione del rivoluzionario. Tra cinquant’anni il partigiano (…) sarà trasformato dalla leggenda in un mitico eroe della montagna, cui fu cibo la fede e compagno il moschetto. (…)
Ma io vi dico che questa è retorica! È quella retorica di buon ricordo, per cui il popolo italiano pareva fosse un blocco di granito lanciato alla conquista del mondo, auspice un solenne volo d’aquila; è quella retorica per cui un pugno di uomini ha salvato l’Italia dal disonore, creando una Repubblica che continuerà fino all’ultimo sangue la lotta al fianco del tedesco. Ma noi pensiamo che sia stata una buffonata quella e sia una farsa questa; una farsa tragica (…) perché la farsa si svolge nella guerra fratricida, e in questa avrà il suo terribile epilogo. (…)
La retorica è il conforto dei vecchi o dei deboli, o degli illusi. Ma a noi che siamo giovani e sappiamo benissimo come vanno le cose, a noi coscienti di noi, non ammannite, retorica, perché ci offendete...
Retorica, "Il cacasenno. Quindicinale polemico della II divisione alpina "Giustizia e Libertà", n.3, 15 novembre 1944
Due lunghe citazioni oggi, da due giornali partigiani, casualmente entrambi pubblicati nello stesso periodo.
In queste parole penso che sia ancora racchiuso il perché del 25 aprile, anche oggi, ancora oggi.
Buona festa della Liberazione.

(r)esistere

"Chiudiamo perché non ci stiamo più con le spese", mi dice.
"Non ci vengono più ad affittarli, i film", mi dice.
Poi si guarda attorno, un giro d'orizzonte con una punta di nostalgia negli occhi e il residuo di una rabbia ormai quasi svaporata, e aggiunge: "c'era gente che veniva, si faceva un giro, si appuntava i titoli dei film appena usciti e poi andava a casa a scaricarli.
E così non si può andare avanti".

No, non si può.

In questo dialogo quasi vero c'è tutto quel fenomeno che è emerso alle cronache nazionali con la chiusura di Blockbuster nel giugno di quest'anno ma che, ormai,  non è più nemmeno un evento: qualcuno ha detto che tra il 2008 e il 2009, in venti mesi, siano state chiuse un migliaio di videoteche.

E poi ci sono le politiche di distribuzione dei film, sempre più rapide, che si riflettono sul "ciclo di vita" dei film.
Senza parlare poi di quello che succede alle sale cinematografiche stesse.

L'industria del cinema subisce i colpi di una trasformazione di lungo periodo che gli sta facendo cambiare lentamente volto.
Ma c'è qualcuno che non si rassegna. E che pensa che l'amore per il cinema sia anche amore per la sala, per il sentire un respiro accanto a te nel buio, per quel sussultare insieme per le stesse emozioni, uniche ma condivise.

E questo post, allora, è solo un piccolo riconoscimento alla fantasia e al coraggio di chi pensa che esistere sia anche resistere..
E anche ad una bella storia che sarebbe un gran bel film.
La storia del Kino e dei suoi amici.

una fine e un inizio

Anche quest'anno mi trovo a scrivere qualche appunto sul corso che ho tenuto durante l'ultimo semestre, a tirare le somme del lavoro fatto.
Anche quest'anno il corso era un Laboratorio di comunicazione multimediale. E anche quest'anno io e Gabriele D'Autilia abbiamo cercato di fondarlo su un progetto di gruppo, così come avevamo fatto l'anno precedente. Ma a differenza di quanto era successo allora (me ne lamentavo qui, nelle "notarelle di fine corso"), stavolta la partecipazione c'è stata, ed ha portato buoni frutti: questi.

E questi:
Sono due delle immagini che accoglieranno in un prossimo (molto prossimo) futuro chi si collegherà sul sito della facoltà, comunite.
Questo sito ha una storia relativamente breve, ma intensa: ha accompagnato la facoltà sin dalla sua nascita, ed ha attraversato fasi diverse, altalenanti.
Quando venne creato segnò una discreta innovazione per la facoltà, stimolando molti docenti - spesso completamente a digiuno di nozioni informatiche - a imparare ad usare semplici strumenti per la creazione delle proprie pagine. Aveva delle gabbie un po' rigide, ed era abbastanza schematico: ma era un luogo piuttosto frequentato, ed un buon servizio per gli studenti.
Poi si tentò una ulteriore evoluzione, cercando di lasciare maggiore libertà ai suoi fruitori: ciascuno avrebbe potuto, in teoria, costruirsi le proprie pagine e organizzare al meglio la propria comunicazione. L'idea era buona, ma chi l'aveva avuta non aveva considerato il livello medio di alfabetizzazione informatica e la resistenza all'innovazione che caratterizza ogni struttura organizzata. Per reagire a queste difficoltà si tentò la strada dell'organizzazione verticale, ma l'unico risultato fu la creazione di una serie di colli di bottiglia che rendevano ancora più difficile l'uso del sito.
Che così, a dispetto della buona volontà di chi cercava di usarlo, iniziò ad essere sempre meno aggiornato e a perdere progressivamente di interesse.
Ed è stato allora che l'abbiamo ripreso, prelevandolo da quella sorta di limbo in cui era caduto. Un limbo dove ogni tanto qualcuno coraggiosamente si affacciava per cercare di rianimarlo, dandogli una nuova grafica, tentando una nuova organizzazione. Tutti tentativi - alcuni anche encomiabili - che però - isolati - presto si spegnevano, quando venivano meno l'entusiasmo e la buona volontà di quei coraggiosi esploratori dei luoghi abbandonati della rete .
Stavolta abbiamo provato a cambiare le carte in tavola.
Non siamo partiti da ciò che c'era ma da ciò che i principali fruitori di un sito del genere - gli studenti - avrebbero voluto che ci fosse.
Noi avevamo degli studenti - un'intera classe - e loro avevano delle idee: molte idee.
Una, soprattutto.
Dall'era lontana della nascita del sito (perché, sì, sono passati pochi anni ma sembrano ere geologiche) si era trasformata la stessa concezione della rete: erano arrivati i social network, la partecipazione, la condivisione. E questo aveva cambiato la stessa percezione di che cosa avrebbe dovuto essere un sito di una facoltà di scienze della comunicazione: non solo un luogo di servizio dove trovare informazioni, ma anche un luogo dove stare insieme, condividere le esperienze - di studio, di vita in comune, di pensiero -, sperimentarsi, imparare - magari sbagliando - a mettere in pratica ciò che si studia.
In breve, un luogo che ricreasse la comunità che ogni università dovrebbe essere.

E così ci siamo trovati a cambiare interamente prospettiva, mettendo al centro dell'esperimento intelligenza collettiva, partecipazione, condivisione: tutte quelle che ci dicono essere le parole chiave del nostro tempo.



Ora è arrivato il momento di mettere in pratica quello a cui si è lavorato negli ultimi mesi: domani il sito verrà presentato al Consiglio di Facoltà, che lo analizzerà per decidere se trasformarlo nella faccia in rete della facoltà.

Io so che ci sono una cinquantina di ragazze e di ragazzi che tengono le dita incrociate, pronti a rimettersi al lavoro.
Le incrocio con loro, perché questa piccola storia mi sembra una timida ma ferma risposta alla crisi in cui si dibatte l'università: qualcosa da cui ripartire.

una carriola di disegni: una cronaca oggettiva/soggettiva

Questo post non l'ho scritto io.
Però mi ha fatto piacere riceverlo e lo pubblico.

Di che si tratta: mercoledì scorso, 18 aprile, c'è stata all'università una tavola rotonda a conclusione dell'esposizione della mostra Una carriola di disegni. Hanno partecipato urban sketchers e fotografi, e abbiamo cercato di far emergere quella tensione sotterranea che passa tra due differenti forme di rappresentazione della città de L'Aquila, i disegni e le fotografie.
Disegno di Carlo Castellani dal blog una carriola di disegni
Devo ammettere che non c'erano moltissimi studenti (ma quelli che erano lì li ringrazio tutti, uno per uno). Non ne sono molto stupito: un po' ci ho fatto l'abitudine, anche se la scarsa partecipazione ad incontri che vorrebbero suscitare momenti di riflessione fuori dal quotidiano percorso di lezioni mi lascia sempre un retrogusto amaro di disillusione.

Invece mi ha stupito quello che sto per riportare qui sotto.
Sono le parole di una studentessa che ha partecipato all'incontro (e che nei giorni precedenti lo aveva promosso intensamente su facebook). Me le ha mandate in forma di articolo: una sorta di cronaca oggettiva che però non riesce a dissimulare le forti emozioni che la tavola rotonda le ha procurato.

Dopo averle chiesto il permesso, lo pubblico qui. Perché questo spazio è nato proprio per creare uno scambio tra i membri di quella che dovrebbe essere una comunità di studiosi con un diverso grado di formazione.
E perché queste parole sono per me come una sorsata d'acqua fresca che sciacqua via quel sapore un po' amaro.

Una carriola, così.


L’Aquila è come mia nonna malata, con mille cicatrici, intubata: pronta a resistere e lottare per quella vita non ancora perduta.
E’ stata questa una delle immagini più forti e indicative emerse mercoledì 18, in un incontro svolto dalle 10.30 in poi, nella sala conferenze della Facoltà di Scienze della Comunicazione, presso l’Università degli Studi di Teramo. Un appuntamento che il professor Andrea Sangiovanni organizza da tre anni, nei giorni vicini al 6 aprile, per ricordare le 309 vittime delle 3.32.
Una carriola di disegni. Titolo pragmatico: libero come l’atto creativo di un disegnatore seduto sulle macerie, che lascia andare il proprio tratto, per ridar forma a una città che ha ancora necessità di respirare.
L’iniziativa instaura le sue basi nei giorni precedenti, in un piccolo e modesto allestimento che attraversa i corridoi della facoltà, prende per mano gli studenti, li accompagna in un ragionamento sull’uso del disegno, in un dialogo aperto con la fotografia, e affronta, in modo concreto, il suo viaggio, in quel cortocircuito di idee avuto nella tavola rotonda di mercoledì.
E’ stata una rete condivisa, quella vissuta, aperta a un proficuo scambio tra gli urban sketcher Marco Preziosi e Carlo Castellani; i fotografi Daniele Cinciripini e Roberto Grillo; quest’ultimo, poi, aquilano.
Raffaella Morselli, Gabriele D’Autilia, Andrea Sangiovanni - relativi storici dell’arte di fotografia e medium contemporanei -, invece, hanno alimentato il dibattito in una comparazione tra abilità antiche e tecnologicamente riprodotte.
La forza dirompente dei messaggi e il valore dei contenuti espressi non hanno ceduto a una provocazione volutamente politica, giusta ma vecchia, retorica, fuori dalla nuova fase storica che stiamo vivendo, non più necessaria, soprattutto allo spessore intellettuale raggiunto fino a quel momento, in quella sede, parlando di ricostruzione.
Movimento, memoria, tragedia, etica, estetica, dolore, tempo e spazio: senso. Hic et nunc, tempo puro, rovina, nonluogo, hic jacet, riscoperta. Walter Benjamin, Marc Augé, Robert Pogue Harrison, Marcel Duchamp. Filosofia, antropologia, etnografia, letteratura, storia, arte. Una scala ridotta di strumenti acquisiti frequentando un corso in comunicazione. Sostanze base, lanciate quel giorno, essenziali come ingredienti per una formula chimica che si sta miscelando, e che presto, ci auguriamo, diventi composto forte e robusto, indispensabile per L’Aquila.
Eravamo lì, seduti, per capire di più.
Ora siamo in attesa di appendere quel quadro, fotografico o pittorico, vicino a una finestra aperta, per scorgere l’orizzonte, con quella voglia insistente di osservare una città, abitata.
Amalia Temperini

 

la notte dei ricercatori

Mettiamo subito in chiaro una cosa.
L'idea che i ricercatori escano dai loro laboratori, dalle stanze delle biblioteche, dagli archivi, si alzino dalle scrivanie e se ne vadano in piazza per raccontare il loro lavoro e la loro passione non è brutta. Anzi.

Però a me viene subito in mente un'immagine come questa.
Fiammelle danzanti nella notte più scura, incapaci di rischiararla.
E temo che di questi tempi nell'espressione "la notte dei ricercatori" l'accento possa cadere più facilmente sulla notte che sui ricercatori.

E però anche una sola fiammella può servire a rendere meno buia la notte e a trovare nuove strade.
Così ci sarò anch'io il prossimo 23 settembre.
Mi troverete a Teramo, in Piazza Martiri, sotto il gazebo di Scienze della Comunicazione.

Come potete vedere dalla locandina qui accanto non starò lì solo la sera.
E probabilmente non starò sempre sotto al gazebo. Magari farò un salto alla postazione di Radiofrequenza.
E andrò a sentire qualche discussione interessante.
Però mi troverete senz'altro anche lì, per raccontarvi che cosa significa fare ricerca oggi fra storia e mass media. E per farvi vedere alcuni dei modi in cui questa ricerca si può declinare. Per esempio potremo parlare insieme di questo progetto, oppure di quest'altro di cui vi avevo già accennato qui.

E, insomma: io ci sarò, e voi?

verso il mare aperto

Come sapete mi piace raccontare quello che i miei studenti sono capaci di fare.

(Scrivo "i miei studenti", ma è solo una sintesi per dire "le persone che ho la fortuna di incontrare facendo il mio lavoro, a cui spero di dare qualcosa e che, spesso, mi danno molto in cambio": ma è troppo, troppo lungo per inserirlo in una qualsiasi frase di senso compiuto. Quindi, fate voi la sostituzione mentale)

Lo ho fatto qualche volta, per esempio qui, dove ho parlato di una sessione di tesi particolarmente felice.
E adesso ho la fortuna di poterlo rifare.
Alessandra Di Marcello, una studentessa che aveva discusso una tesi nell'ultima sessione di laurea, ha da poco vinto il primo premio bandito dal Rotary Club di Teramo per tesi di laurea capaci di raccontare la comunità teramana e il suo patrimonio storico, sociale, politico, artistico, scientifico, economico, giuridico ed etico. (qui il comunicato stampa della manifestazione)
Alessandra ha ricostruito la storia della nascita della televisione teramana e il suo passaggio dal cavo all'etere: è stato un lavoro complesso, come è sempre complesso raccontare quel periodo della nostra storia, così vicino eppure, paradossalmente, così lontano perché le informazioni che si trovano non sono mai abbastanza. Eppure Alessandra ha unito lo spoglio delle riviste di settore (scoprendo una quantità impensabile di riferimenti alla vicenda teramana) alla ricerca di protagonisti e testimoni: e di informazioni è riuscita a trovarne parecchie, molte di più - direi - di quelle che erano state raccolte finora, nei pochi contributi disponibili. Ed è riuscita a farsi un'idea molto precisa dei rapporti fra televisione e comunità locale, non solo attraverso queste fonti, ma anche studiando alcuni programmi delle televisioni teramane dei primi anni Ottanta raccolti presso la biblioteca provinciale Delfico di Teramo.

Insomma, è bello poter dire a tutti voi che anche lei è salpata verso il mare aperto, lasciando il porto - certo un po' malmesso ma sicuro - dell'università. Viaggia su una barchetta che è come un guscio di noce, e, a guardarla, sembra che la sua vela non possa tenere il vento. Però è già lontana, laggiù sull'orizzonte.
la premiazione: Alessandra è la seconda da sinistra.
E vederla navigare è un piacere da condividere.

sunny day

E poi, finalmente, un giorno di sole.
E usciamo.
E quello che insegniamo, e quello che imparate, prende vita.
E' così che mi piace. Che mi piacerebbe che fosse, spesso.
Giorni di sole in cui mettere tutto alla prova.


Lo scatto è di Loreto Giovannucci. Alla macchina da presa, Paolo Pisanelli. Al microfono, Michelle Rocco. Dietro di loro, ce n'erano altri dieci, dodici. Sono convinto che quelle due ore siano valse molte e molte ore di parole.

L'Aquila ha chiamato, l'Italia ha risposto

Cinquemila, tredicimila o ventimila, in ogni caso a L'Aquila il 20 novembre c'era tanta gente. C'era anche tanta pioggia, ma questo non ha frenato la partecipazione.
C'erano anche tante telecamere e macchine fotografiche. Troppe in confronto a quelle scarne immagini che ci hanno mostrato la maggior parte dei telegiornali.
Questo è quello che ho visto io. Una parte perlomeno. La qualità del video è quella che è (prendetevela con YouTube, che ieri mi ha fatto perdere l'intera giornata per caricare qualcosa con una qualità decente e poi ha deciso di mandare tutto in crash) ma spero che sia in grado di dare quel senso di partecipazione che si respirava, quella voglia di continuare a vivere la città nonostante tutto. Per questo la musica.

E a proposito di musica, forse qualcuno si chiederà la ragione della scelta.
È una canzone di questua che si canta all'inizio dell'anno e che augura benessere, salute e abbondanza: si chiama Bonnì bonn'anne e, che io sappia, è tipica proprio dell'aquilano.
Una speranza oltre che un augurio.
L'esecuzione, per inciso, è quella del gruppo Lu Passagalle: Claudio (Di Silvestre) non me ne vorrà se me ne sono appropriato una seconda volta.

La forza di un'ala che si apre

Pensavo a cosa scrivere e mi sono venute in mente quelle parole. Rendono bene quello che volevo dire e perciò eccole lì a introdurre l'ultimo (forse) post prima delle vacanze. È quello che senti quando persone che hai accompagnato e cercato di guidare in un percorso di ricerca arrivano alla fine e ti salutano, prendendo le loro strade. In questi giorni caldi e sudati ci sono state le discussioni di tesi. È allora che ti accorgi di quanta strada hai percorso con i tuoi compagni di viaggio. Sono momenti strani, quasi un bilancio. E stavolta è stato un bilancio molto positivo.
Mi piacerebbe raccontarvi due di questi viaggi.

Il primo è quello che ho fatto con Pierangelo Tempesta: siamo andati a cercare l'origine dell'odierna situazione italiana. O meglio, una delle origini. 
Erano gli anni di Tangentopoli e la televisione stava svolgendo il ruolo di grande accusatrice e, allo stesso tempo, di grande lavacro delle coscienze degli italiani.
Tutta l'Italia si ferma davanti al processo Cusani, trasmesso in televisione da "Un giorno in pretura".


Tempesta ha guardato a quegli anni attraverso la prospettiva della televisione, cercando di capire quali sono stati i meccanismi televisivi che hanno portato a quel risultato. È stato un viaggio lungo, e non sempre facile: un viaggio che è cominciato con le intuizioni di Angelo Guglielmi sulla televisione verità e che è terminato con l'anatomia del processo Cusani. Però, visto che su quest'ultimo aspetto era cui era già stato scritto molto, siamo andati all'indietro, abbiamo cercato l'origine di quel rituale pubblico di degradazione nel rapporto sempre più stretto fra televisione e pubblico, fra televisione e costruzione dell'opinione pubblica. 

Ed è stato un viaggio che ci ha detto qualcosa anche sull'Italia di oggi, in cui qualcuno arriva a immaginare il televoto come figura perfetta della democrazia.

Il secondo viaggio è quello che ho fatto con Alfredo Primante, ed è stato un viaggio alla scoperta della televisione locale abruzzese che, come in molte altre regioni italiane, nasce sul cavo.
Alfredo ha rintracciato i protagonisti di quella storia e li ha intervistati, ricostruendo in modo puntuale - integrando e verificando le testimonianze con le fonti scritte, soprattutto gli articoli di giornali e periodici - molti aspetti di una storia che è in gran parte ancora da scrivere.

Ed è una bella soddisfazione poter dire che la sua ricostruzione è, probabilmente, la più completa che sia stata fatta finora. E, come se non bastasse, si è divertito a realizzare un piccolo compendio visivo di questo viaggio: dateci un'occhiata, ne vale la pena.

p.s. ovvio che le parole del titolo siano una citazione, no? io non sono certo in grado di formulare un pensiero con quella forza poetica. Chi indovina colui al quale ho rubato le parole?

resoconto per immagini

Ormai in ritardo cronico (cosa che non fa bene ad un blog, seppure dalla natura insolita come questo), volevo raccontarvi l'iniziativa Per L'Aquila del 17 marzo scorso.
Avrei voluto raccontarvi, dovrei dire.
Perché ormai sono passati diversi giorni, ed è anche uscito un servizio sul Centro. Per le parole potete fare riferimento a quello. (è qui sotto: se ci fate clik sopra le immagini dovrebbero ingrandirsi)

Per le emozioni, forse ci sarà un modo di farle provare a chi non c'è stato: ma è ancora presto per dirlo, e vi farò sapere.

Per il racconto, invece, mi avvalgo delle foto di chi era lì (grazie Jenny).

All'inizio è stato un po' complicato.

Tante cose da fare. Scalette da organizzare. Persone con cui parlare. Tecnologia in aperta ribellione.

Poi abbiamo cominciato.
E c'era tanta gente.
Qualcuno prendeva appunti.
Parole, immagini ed emozioni hanno condotto l'intera giornata.

E chi ha voluto ha detto la sua.
Volevamo una discussione collettiva, e quello è stato. Lasciandoci solo una certezza: che c'è ancora tanto da riflettere, da dire e soprattutto da fare.
E che non bisognerà lasciar cadere quello che si è cominciato a costruire.

disfunzione tecnologica


Ce ne sarebbero di cose da dire e da commentare, dal decreto Bondi (il link nell'articolo vi porta al testo del decreto, se vi interessa) a quello Romani, all'uscita di Avatar e di come dovrebbe cambiare il nostro modo di concepire il cinema.
Eppure non posso.
Sono preda di una fastidiosa disfunzione tecnologica e sono momentaneamente tornato alla penna e al calamaio.
Recupereremo, è una promessa.
 
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