Visualizzazione post con etichetta quinto potere. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta quinto potere. Mostra tutti i post

la strategia della paura

Viviamo in un mondo pericoloso, che mette paura.
E la paura ha il suo fascino. Stiamo alla finestra e guardiamo questo mondo pauroso, ipnotizzati, incapaci di distogliere lo sguardo e chiudere quella finestra.
Dopo la discussa puntata di lunedì scorso di Chi l'ha visto, in cui la madre di Sarah Scazzi ha appreso della morte della figlia scomparsa in diretta televisiva (e la trasmissione ha avuto un'impennata di ascolti, arrivando a toccare il 15,29% di share), i dati di una ricerca dell'Osservatorio Europeo sulla Sicurezza ci dicono che i telegiornali italiani sono quelli che hanno il tasso più alto di notizie sulla criminalità e sui delitti.
Dunque l'Italia è un paese di criminali? Non più degli altri, dicono le statistiche.
Non è una questione di criminali, è una questione di televisione.
Il sito della Demos & PI, che ha esseguitola ricerca insieme all'Osservatorio di Pavia, scrive:
Serialità e pervasività: sono questi gli elementi che caratterizzano la trattazione dei casi criminali nei Tg italiani, e che ne determinano la specificità a livello europeo.
(qui trovate i dati)
E questo, inevitabilmente, porta ad una trasformazione della percezione della realtà.
In particolare, sembra che non sia tanto l'abbondanza delle notizie sui crimini a modificare la nostra immagine del quotidiano, quanto il fatto che le notizie siano impaginate per gruppi tematici: si parla dell'aggressione di un cane ad un bambino, e il giorno dopo, o forse anche nella trasmissione successiva, ecco che c'è stato un altro caso di aggressione. E l'Italia sembra trasformarsi rapidamente in una terra dove pochi uomini impauriti sono assediati da branchi di cani feroci.
Secondo Ilvo Diamanti, che commentava i dati su Repubblica di ieri, queste notizie finiscono per avere un effetto rassicurante, perché vengono accolte nella tranquillità del nostro salotto, in un ambiente protetto e sicuro: sono cose che comunque succedono agli altri, mai a noi. (se ti interessa l'articolo, fai click qui)
E' un po' l'effetto catartico del thriller, o del film del terrore. Che però può avere effetti non previsti.
A lungo andare, infatti, questo modo di informare potrebbe produrre una sorta di distacco dalla realtà, proprio perché quello che accade lì, nella finestra televisiva, non viene percepito come ciò che accade in casa nostra. Pensate anche alle immagini: non vi sembra che da qualche anno i telegiornali abbiano cominciato a riprendere le scene del crimine con inquadrature che ricordano tanto CSI?
E allo stesso tempo è una strategia informativa che può essere piegata ad un uso politico: vi ricordate l'ondata di delinquenza che invase i telegiornali nei mesi precedenti le scorse elezioni, che in parte si giocarono proprio sul tema della sicurezza? E vi ricordate che, nei mesi successivi, i dati ufficiali mostravano come la delinquenza non fosse in realtà aumentata?

Certo, il confine di questa discussione è sottile e la paranoia complottistica è sempre in agguato. Pensare che esista un progetto della politica per mutare attraverso l'informazione televisiva la percezione della realtà dei cittadini è forse eccessivo.
E allora, forse, è solo televisione.
Ma se è così, allora quei dati dimostrano che esiste un altro modo di fare televisione, che forme diverse di informazione - probabilmente migliori e più equilibrate - sono possibili.

livore

No, purtroppo non il Gianni, lo splendido personaggio di Corrado Guzzanti. Quello che è trasudato dal mio televisore durante il tg1 delle 13.30 di oggi.
In realtà, erano giorni che avevo intenzione di dire due parole sul successo del telegiornale di Mentana su La7, sul suo boom di ascolti, sulla capacità di Mentana di fare del giornalismo originale sfruttando gli spazi che le altre testate gli lasciano.
Naturalmente la controparte di questo discorso è il TG1 di Minzolini, che invece sembra stia perdendo ascolti e che continua ad essere oggetto di critiche ogni volta che decide di "dare la linea" con un nuovo editoriale (come se la linea non fosse abbastanza chiara dall'impaginazione del giornale e dal confezionamento degli articoli).
Poi scorrono le immagini del TG1 delle 13.30 e tutti i miei piani saltano, almeno per ora. E mi ritrovo a parlare di livore (no, purtroppo: non Gianni).
E' puro livore infatti quello che un servizio spande a piene mani, a metà telegiornale. Oggetto del servizio? la scomparsa del giornale-partito. Accipicchia! un tema da lezione di un master di giornalismo.
E invece, più semplicemente, era un furibondo attacco a la Repubblica, che - secondo il cronista - sta pendendo copie a vantaggio di giornali schierati dalla stessa parte (e le immagini mostravano Il fatto quotidiano) ma anche i giornali della parte avversa (e le immagini inquadravano Libero e Il Giornale). Ma il tema non era la situazione editoriale in Italia: erano gli articoli che ultimamente Repubblica ha dedicato al "caso Minzolini" e, in particolare, al Requiem per il pastone del TG (l'articolo lo trovate qui).
Mi ha incuriosito il fatto che, ad un ascolto distratto, il testo sembrasse scritto dallo stesso Minzolini (purtroppo non mi sono appuntato il nome del giornalista), quasi fosse un editoriale fantasma.
E soprattutto mi incuriosirebbe sapere quanti degli ascoltatori distratti di un sabato qualunque dell'ora di pranzo sanno cos'è un giornale-partito. Da quello che si sentiva sembrava di capire che Repubblica è un giornale che ha un partito. Oppure è un giornale di partito. Tutte cose che, comunque, lasciavano ben intendere che non è un giornale che dice la verità ed è obiettivo: come invece è il TG1, è chiaro.
Faziosità? Quantomeno mancanza di chiarezza espositiva.
Se non, addirittura, mancanza di notizie (qual'era la notizia: che Repubblica è in calo di lettori? che il tg1 è bravo?).
E poi dicono che Mentana vince nella gara degli ascolti. Non è che ci voglia molto...

Bah, facciamoci due risate:

Ricordate la tesi di Pierangelo Tempesta di cui avevo parlato prima dell'inizio delle vacanze estive?
C'era qualcosa che non avevo avuto il tempo di mettere on line, il breve montaggio che Pierangelo portò alla sua discussione di laurea: sono immagini di dominio pubblico (tutte riprese da youtube) con cui ha riassunto alcuni dei passaggi più significativi degli anni di Mani Pulite. Una piccola ma significativa sintesi di anni difficili ed esaltanti, in cui i media (e la televisione più di altri) seppero intercettare i sentimenti collettivi ma finirono anche per amplificarli fino a rischiare di rendere un processo politico in un evento mediatico.

la televisione, la realtà o la realtà televisiva

Qualche tempo fa ho deciso di dare un'occhiata ad un film che non pensavo mi sarebbe piaciuto ma che immaginavo mi sarebbe potuto essere utile in qualche modo.
Si trattava di questo.



Effettivamente il film non è un granché (so che in questo modo sto scatenando la pulsione critica dei miei pochi lettori: volete massacrare il film? accomodatevi pure).
Ma, come in tutte le situazioni, qualcosa di buono può sempre derivarne.
E infatti, qualche giorno dopo, vengo a conoscenza del fatto che in Francia andrà in onda uno show che sembra ispirato allo stesso concetto del film: ci vuole un'idea forte per attirare il pubblico. Bene, eccola: torturiamo in diretta i partecipanti ad un game show!
Sto parlando di La Zone Xtrême, andato in onda su France 2.
Volete vederne un po'?





In realtà la cosa è un po' più complicata di come appare.
Lo show è falso e serve per la realizzazione di un documentario, Le Jeu de la mort, che riproduce un esperimento di psicologia sociale degli anni Sessanta condotto da Stanley Milgram (qui ne trovate una descrizione).
La messa in onda del documentario, realizzato da Christophe Nick, scatena le reazioni della stampa francese (fatevene un'idea qui e qui, ma soprattutto qui dove trovate molte interessanti interviste) in particolare sul fatto che ben l'80% dei partecipanti non ha esitato ad infliggere ai "torturati" (in realtà degli attori che non subivano alcun danno) delle scosse molto potenti.
Certo, questo è un dato che fa riflettere.
Ma secondo me c'è qualcosa di ben più interessante.
All'inizio della registrazione della puntata, il pubblico in sala non era consapevole di trovarsi di fronte ad una messa in scena; pensava cioè che i giocatori ricevessero veramente delle scosse elettriche ogni volta che non erano in grado di rispondere alle domande. Mostravano disagio, ma nessuno è intervenuto per cercare di fermare il gioco.
In un secondo momento, però, la produzione ha informato il pubblico che tutto quello che stavano vedendo era costruito, e che dunque nessuno si stava facendo male. La reazione? Non disinteresse, come gli autori avevano temuto, ma, anzi, maggiore partecipazione. Se nessuno si era posto dei dubbi (possiamo dirlo?) sulla moralità del gioco a cui stavano assistendo prima, non lo faceva nemmeno ora. E, anzi, sembrava partecipare con maggiore interesse.
È come se la costruzione di una realtà televisiva avesse infranto la consuetudinaria griglia di valori su cui è modellata la società; come se lo spazio televisivo fosse diventato uno spazio altro con regole sue, indipendenti da quelle della società che si dice rifletta.
Ed è qualcosa che dà da pensare.

caccia all'errore

Come in una Settimana Enigmistica: nella sequenza ci sono due errori, sei capace di individuarli?

Visti in tv: Quinto Potere

Ieri sera La7 ha mandato in onda il film di Sidney Lumet Network, intitolato in italiano Quinto potere (1976), che, candidato a nove oscar, ne vinse quattro, per la sceneggiatura e per tre attori (fra cui la Dunaway e Peter Finch). Il film è stato preceduto da uno Speciale 8emezzo intitolato TV, va in onda il futuro: un titolo ben curioso considerato che il film racconta un'altra era della televisione e che sul suo futuro nessuno dei presenti in studio (fra cui Carlo Freccero e Giorgio Gori) hanno detto poi molto. Anzi, a dir la verità, il dibattito, pur animato dalle provocazioni e dalla vena istrionica di Freccero, è stato abbastanza fiacco: è a lui che si sono dovute le migliori osservazioni, come quella relativa al passaggio da una tv forte - quella raccontata dal film di Lumet e caratterizzata da un pubblico ampio ed indifferenziato e da una sorta di oligopolio dell'etere, diviso tra tre grandi reti, concorrenti eppure simili - ad una tv debole, quella che si fa oggi, tutti i giorni, con un pubblico sempre più specializzato, diviso in nicchie d'interessi, ed una enorme moltiplicazione di canali. In verità qualche lampo sul panorama attuale - e futuro - è venuto anche dagli interventi di Marco Montemagno, AD di Blogosfere, capace di portare sul piatto della discussione il ruolo di internet e la sua capacità di rimettere in discussione la stessa idea di pubblico.

Comunque quello che mi interessa commentare è il film. Perché rivedendolo mi sono reso conto che, al di là dei pur numerosi difetti, ha il pregio di raccontare un passaggio di cambiamento della televisione: la follia del conduttore Beal avrà infatti una conseguenza inattesa, il passaggio del controllo del telegiornale dal direttore dei servizi informativi alla responsabile dei programmi di intrattenimento. Mi sembra che in questo passaggio di secondo piano della trama si nasconda quella profonda trasformazione che in Italia inizierà ad arrivare negli anni '80 per poi diventare un punto centrale del nostro panorama televisivo dagli anni '90. È semplicemente la logica della televisione commerciale, quella che viene descritta con questo cambiamento di direzione: ciò che importa è l'audience, e per suo tramite gli investimenti pubblicitari.

Ed ecco, in questi due brevi passaggi, il senso di questa trasformazione del medium televisivo.







E, come ha notato sorniona Vladimir Luxuria nello speciale ottoemezzo, Grillo non ha inventato niente. Salvo il fatto, gli ha suggerito di rimando Freccero, che Grillo non parla dalla tv ma dalle piazze. E non è una differenza da poco.

Allora Beal è un anchorman sull'orlo della follia?

Beh, non secondo il network che trasforma in questo modo il telegiornale







Prima trascinatore di share, ad un certo punto Beal inizia a perdere colpi. E quello che aveva promesso all'inizio, togliersi la vita in diretta, accadrà davvero, anche se non nel modo in cui pensa lui. E gli ascolti si impenneranno ancora un volta.

È la tv bellezza, e tu non puoi farci proprio niente... si potrebbe dire parafrasando un altro famoso film.
 
Andrea Sangiovanni © Creative Commons 2010 | Plantilla Quo creada por Ciudad Blogger