Mentre l'estate volgeva al termine dal fresco delle valli svizzere mi arrivava una lieta notizia: il mio libro veniva letto e apprezzato in quegli ameni luoghi.
E così, per riprendere bene, vi faccio vedere che cosa scrivevano.
L'articolo è di Sergio Caroli, ed è stato pubblicato il 27 agosto sul Corriere del Ticino.
Se ci cliccate sopra dovrebbe ingrandirsi e dovreste riuscire a leggerlo senza usare una lente d'ingrandimento.
delle cose che accadono in silenzio, o quasi
Oggi prendo a prestito parole di altri per dire cose che sento profondamente.
Le prime sono quelle che Alessandro Portelli ha scritto ieri su "il manifesto":
L'articolo si intitolava "Silenzio di Stato" e se vuoi provare a contribuire anche tu a fermare questo cammino verso il silenzio puoi inviare una mail all'indirizzo nonchiudiamoicbsa@yahoo.it
Le altre parole le prendo in prestito da un grand'uomo che festeggia oggi gli anni e che diceva più o meno
Tirate voi le somme, se volete.
Aggiornamento
Ancora parole di altri, della Sissco (Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea):
Le prime sono quelle che Alessandro Portelli ha scritto ieri su "il manifesto":
Un pomeriggio pochi giorni fa ero nella sala dell’Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi. Stavamo continuando una lunga intervista con Mario Fiorentini, matematico di fama mondiale e protagonista della Resistenza romana. Il racconto si dipanava, digressivo e articolato come quelli di chi ha tanto da raccontare e sente di avere poco tempo per farlo. C’erano i ricercatori e i tecnici dell’Istituto, i microfoni per registrare, un paio di amici venuti a sentire. La registrazione era destinata ad aggiungersi all’incredibile patrimonio di voci e ai circa 500.000 documenti che l’Istituto ha accumulato e reso disponibile dal tempo della sua fondazione negli anni ’20 come Discoteca di Stato. Tutto questo però è come se non fosse mai avvenuto. Infatti quella stessa mattina, nell’ambito della cosiddetta spending review (vuol dire, banalmente, “esame della spesa”; ma in inglese fa tutt’altro effetto) era stata annunciata la soppressione dell’Istituto, senza che nessunp ne fosse stato informato o consultato, senza nessuna verifica della sua utilità e funzionamento, e senza darne nessuna motivazione. In un comunicato dei lavoratori dell’Istituto ci si chiede come mai si scelga di sopprimere “un Istituto storico, unico nel nostro paese, che non ha auto blu, non effettua alcuno spreco di denaro pubblico, con un budget ridotto a livelli di sussistenza”, e che per di più è titolare del diritto di deposito legale di tutte le pubblicazioni sonore e audiovisive (come dire, l’equivalente in questo campo della Biblioteca Nazionale). La politica del “governo tecnico” nei confronti della cultura – scuola, università, istituti di ricerca (come l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) – mi ha convinto di una cosa: un tecnico non è necessariamente una persona colta. Un tecnico è in grado di eseguire una serie di operazioni settoriali in un settore ben definito, ma non è tenuto a capire niente di quello che si muove al di fuori del suo territorio e tanto meno ad avere immaginazione e visione. E siccome l’unico settore che conta e l’unico in cui dichiarino di avere competenza è quello dell’economia di mercato e finanziaria, ecco che si avvera il motto attribuito a Tremonti: con la cultura non si mangia. Che volete che ne importi a Moody’s o ai mitici “mercati” del nostro più grande patrimonio sonoro e audiovisivo, della nostra memoria in immagini e suoni? Il modo frettoloso e irrituale in cui è stata presa e annunciata la decisione di sopprimere una realtà cruciale per la nostra memoria storica e culturale dà l’idea di una straordinaria superficialità. Ma d’altra parte il disprezzo per la cultura e per la ricerca, la convinzione della loro irrilevanza, si armonizzano bene con una prospettiva di declassamento del nostro paese ben più pesante di quello di Moody’s: un paese di seconda categoria, senza passato e senza futuro. Ma con licenziamenti facili e novanta cacciabombadieri.
Le altre parole le prendo in prestito da un grand'uomo che festeggia oggi gli anni e che diceva più o meno
Quell'uomo è Nelson Mandela.l'istruzione è l'arma più potente che si può usare per cambiare il mondo
Tirate voi le somme, se volete.
Aggiornamento
Ancora parole di altri, della Sissco (Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea):
La Sissco esprime forte preoccupazione per la continua e progressiva riduzione di personale, di spazi e di servizi negli archivi pubblici italiani, a seguito della costante riduzione dei fondi a disposizione. La documentazione archivistica costituisce infatti una parte fondamentale del patrimonio culturale italiano, preziosa risorsa del nostro Paese e fondamento della nostra vita civile. La Sissco, in particolare, esprime preoccupazione per le notizie relative ad una possibile diminuzione di personale e di competenze presso l'Archivio Centrale dello Stato. L'Archivio Centrale dello Stato, grazie all'impegno di tutti i suoi componenti, ha finora saputo contenere gli effetti dei progressivi tagli di budget. Ma è inevitabili che un’ulteriore diminuzione delle risorse finirà per incidere negativamente sulla conservazione e sull’accesso ai documenti, con ripercussioni negative anche sulla qualità della ricerca storica. Ci rivolgiamo alle altre società di storia, alle associazioni di archivisti e bibliotecari, perché si levi una voce comune contro la compressione e la mortificazione dei beni archivistici italiani
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Revolution Complex - del raccontare la crisi con i fumetti
Mentre qualche giorno fa la Spagna tornava ad esplodere, mostrando come la tensione non fosse mai veramente scesa, ho ripreso in mano un libro che da un po' di tempo mi faceva l'occhiolino dalla pila accanto al letto.
| la copertina italiana di "Revolution Complex" |
Si tratta di Revolution Complex, un insolito lavoro collettivo, una specie di istant visual journalism, che prova a raccontare il movimento 15-M, da noi meglio conosciuto come indignados. Qui trovi il blog del libro, che in Italia è stato pubblicato dalla casa editrice Aurea e distribuito in edicola.
La cosa che rende questo volume tanto particolare quanto degno di attenzione è il fatto che sia un tentativo di raccontare un movimento collettivo attraverso un lavoro altrettanto collettivo. Molti scrittori e disegnatori spagnoli si sono provati a descrivere il movimento degli indignados e le loro ragioni, ma anche le cause profonde della crisi e le trasformazioni che sta portando nel vivo del corpo sociale, attraverso i loro abituali strumenti del mestiere: la tastiera di un computer, la matita, la carta, l'inchiostro.
La cosa che rende questo volume tanto particolare quanto degno di attenzione è il fatto che sia un tentativo di raccontare un movimento collettivo attraverso un lavoro altrettanto collettivo. Molti scrittori e disegnatori spagnoli si sono provati a descrivere il movimento degli indignados e le loro ragioni, ma anche le cause profonde della crisi e le trasformazioni che sta portando nel vivo del corpo sociale, attraverso i loro abituali strumenti del mestiere: la tastiera di un computer, la matita, la carta, l'inchiostro.
![]() |
| Una tavola di Josep Homs tratta da "Revolution Complex" |
E come un movimento collettivo è fatto da tante individualità, da tante piccole o grandi vicende, da tante opinioni, magari non tutte egualmente condivisibili, così questo libro è fatto da tante storie, piccole o grandi, di diverso genere, di differente efficacia - o anche solo piacevolezza. Gli stili e i generi sono i più diversi: dalla vignetta satirica allo spaccato di vita quotidiana, dallo humour nero all'uso di animali antropoformizzati (ma non aspettatevi una ripresa del canone disney).
Talvolta la narrazione è più vicina a quella cosa che noi intendiamo comunemente per fumetto.
Talvolta, invece, se ne discosta, per abbracciare canoni narrativi che più facilmente vedremmo in televisione: è il caso, ad esempio, delle interviste che punteggiano il libro, quasi a separare in blocchi le varie storie. Qui la modalità della rappresentazione e della narrazione sono quelle tipiche dell'intervista giornalistica: inquadratura fissa, primo piano, domande, risposte. Solo che invece della telecamera abbiamo una matita, e l'espressività dell'intervistato è filtrata attraverso la personalità del disegnatore, cosa che dona alle parole una efficace forza moltiplicatrice.
Talvolta la narrazione è più vicina a quella cosa che noi intendiamo comunemente per fumetto.
Talvolta, invece, se ne discosta, per abbracciare canoni narrativi che più facilmente vedremmo in televisione: è il caso, ad esempio, delle interviste che punteggiano il libro, quasi a separare in blocchi le varie storie. Qui la modalità della rappresentazione e della narrazione sono quelle tipiche dell'intervista giornalistica: inquadratura fissa, primo piano, domande, risposte. Solo che invece della telecamera abbiamo una matita, e l'espressività dell'intervistato è filtrata attraverso la personalità del disegnatore, cosa che dona alle parole una efficace forza moltiplicatrice.
Il risultato è ineguale e altalenante ma aggiunge una sfumatura nuova a quel particolare genere che è il graphic journalism. A differenza di questo, però, che, attraverso le storie cerca di andare all'origine della vicenda di cui racconta un frammento, Revolution Complex sembra limitarsi a solcare la superficie di quello che sta accadendo. Talvolta, è vero, dietro una battuta o una storia, si ha l'impressione di veder balenare una qualche verità primigenea: ma - evidentemente - le origini della crisi sono talmente remote da risultare incomprensibili a molti e ciò che merita di essere raccontato è solo la rabbia, l'indignazione appunto, di chi sente la propria vita travolta da qualcosa di estraneo, ma a cui abbiamo pur sempre dato vita.
E allora, perché cimentarsi in un racconto del genere? Che senso ha un lavoro come questo?
Forse la sua forza è solo nel mostrare che che la cronaca grafica è la migliore forma di narrazione per chi è cresciuto allevato con le immagini. Non solo e non tanto perché le immagini aiutino a spiegare meglio: pensate a quanto spesso le immagini televisive siano solo fantasmi che infestano il vuoto di una cronaca che non sa più raccontare. Quanto, piuttosto, perché le immagini grafiche - i disegni - possono ribaltare facilmente l'apparente oggettività delle immagini foto(video)-grafiche. Possono graffiare la dura superficie della cronaca mostrando per un istante quello che c'è dietro, o sotto. Possono descrivere l'inspiegabile con il ribaltamento della realtà di un segno metafisico.
E così aiutarci a capire, anche se magari più noi stessi che il mondo della finanza.
E allora, perché cimentarsi in un racconto del genere? Che senso ha un lavoro come questo?
Forse la sua forza è solo nel mostrare che che la cronaca grafica è la migliore forma di narrazione per chi è cresciuto allevato con le immagini. Non solo e non tanto perché le immagini aiutino a spiegare meglio: pensate a quanto spesso le immagini televisive siano solo fantasmi che infestano il vuoto di una cronaca che non sa più raccontare. Quanto, piuttosto, perché le immagini grafiche - i disegni - possono ribaltare facilmente l'apparente oggettività delle immagini foto(video)-grafiche. Possono graffiare la dura superficie della cronaca mostrando per un istante quello che c'è dietro, o sotto. Possono descrivere l'inspiegabile con il ribaltamento della realtà di un segno metafisico.
E così aiutarci a capire, anche se magari più noi stessi che il mondo della finanza.
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una fine e un inizio
Anche quest'anno mi trovo a scrivere qualche appunto sul corso che ho tenuto durante l'ultimo semestre, a tirare le somme del lavoro fatto.
Anche quest'anno il corso era un Laboratorio di comunicazione multimediale. E anche quest'anno io e Gabriele D'Autilia abbiamo cercato di fondarlo su un progetto di gruppo, così come avevamo fatto l'anno precedente. Ma a differenza di quanto era successo allora (me ne lamentavo qui, nelle "notarelle di fine corso"), stavolta la partecipazione c'è stata, ed ha portato buoni frutti: questi.
E questi:
Sono due delle immagini che accoglieranno in un prossimo (molto prossimo) futuro chi si collegherà sul sito della facoltà, comunite.
Questo sito ha una storia relativamente breve, ma intensa: ha accompagnato la facoltà sin dalla sua nascita, ed ha attraversato fasi diverse, altalenanti.
Quando venne creato segnò una discreta innovazione per la facoltà, stimolando molti docenti - spesso completamente a digiuno di nozioni informatiche - a imparare ad usare semplici strumenti per la creazione delle proprie pagine. Aveva delle gabbie un po' rigide, ed era abbastanza schematico: ma era un luogo piuttosto frequentato, ed un buon servizio per gli studenti.
Poi si tentò una ulteriore evoluzione, cercando di lasciare maggiore libertà ai suoi fruitori: ciascuno avrebbe potuto, in teoria, costruirsi le proprie pagine e organizzare al meglio la propria comunicazione. L'idea era buona, ma chi l'aveva avuta non aveva considerato il livello medio di alfabetizzazione informatica e la resistenza all'innovazione che caratterizza ogni struttura organizzata. Per reagire a queste difficoltà si tentò la strada dell'organizzazione verticale, ma l'unico risultato fu la creazione di una serie di colli di bottiglia che rendevano ancora più difficile l'uso del sito.
Che così, a dispetto della buona volontà di chi cercava di usarlo, iniziò ad essere sempre meno aggiornato e a perdere progressivamente di interesse.
Ed è stato allora che l'abbiamo ripreso, prelevandolo da quella sorta di limbo in cui era caduto. Un limbo dove ogni tanto qualcuno coraggiosamente si affacciava per cercare di rianimarlo, dandogli una nuova grafica, tentando una nuova organizzazione. Tutti tentativi - alcuni anche encomiabili - che però - isolati - presto si spegnevano, quando venivano meno l'entusiasmo e la buona volontà di quei coraggiosi esploratori dei luoghi abbandonati della rete .
Stavolta abbiamo provato a cambiare le carte in tavola.
Non siamo partiti da ciò che c'era ma da ciò che i principali fruitori di un sito del genere - gli studenti - avrebbero voluto che ci fosse.
Noi avevamo degli studenti - un'intera classe - e loro avevano delle idee: molte idee.
Una, soprattutto.
Dall'era lontana della nascita del sito (perché, sì, sono passati pochi anni ma sembrano ere geologiche) si era trasformata la stessa concezione della rete: erano arrivati i social network, la partecipazione, la condivisione. E questo aveva cambiato la stessa percezione di che cosa avrebbe dovuto essere un sito di una facoltà di scienze della comunicazione: non solo un luogo di servizio dove trovare informazioni, ma anche un luogo dove stare insieme, condividere le esperienze - di studio, di vita in comune, di pensiero -, sperimentarsi, imparare - magari sbagliando - a mettere in pratica ciò che si studia.
In breve, un luogo che ricreasse la comunità che ogni università dovrebbe essere.
E così ci siamo trovati a cambiare interamente prospettiva, mettendo al centro dell'esperimento intelligenza collettiva, partecipazione, condivisione: tutte quelle che ci dicono essere le parole chiave del nostro tempo.
Ora è arrivato il momento di mettere in pratica quello a cui si è lavorato negli ultimi mesi: domani il sito verrà presentato al Consiglio di Facoltà, che lo analizzerà per decidere se trasformarlo nella faccia in rete della facoltà.
Io so che ci sono una cinquantina di ragazze e di ragazzi che tengono le dita incrociate, pronti a rimettersi al lavoro.
Le incrocio con loro, perché questa piccola storia mi sembra una timida ma ferma risposta alla crisi in cui si dibatte l'università: qualcosa da cui ripartire.
Anche quest'anno il corso era un Laboratorio di comunicazione multimediale. E anche quest'anno io e Gabriele D'Autilia abbiamo cercato di fondarlo su un progetto di gruppo, così come avevamo fatto l'anno precedente. Ma a differenza di quanto era successo allora (me ne lamentavo qui, nelle "notarelle di fine corso"), stavolta la partecipazione c'è stata, ed ha portato buoni frutti: questi.
E questi:
Sono due delle immagini che accoglieranno in un prossimo (molto prossimo) futuro chi si collegherà sul sito della facoltà, comunite.
Questo sito ha una storia relativamente breve, ma intensa: ha accompagnato la facoltà sin dalla sua nascita, ed ha attraversato fasi diverse, altalenanti.
Quando venne creato segnò una discreta innovazione per la facoltà, stimolando molti docenti - spesso completamente a digiuno di nozioni informatiche - a imparare ad usare semplici strumenti per la creazione delle proprie pagine. Aveva delle gabbie un po' rigide, ed era abbastanza schematico: ma era un luogo piuttosto frequentato, ed un buon servizio per gli studenti.
Poi si tentò una ulteriore evoluzione, cercando di lasciare maggiore libertà ai suoi fruitori: ciascuno avrebbe potuto, in teoria, costruirsi le proprie pagine e organizzare al meglio la propria comunicazione. L'idea era buona, ma chi l'aveva avuta non aveva considerato il livello medio di alfabetizzazione informatica e la resistenza all'innovazione che caratterizza ogni struttura organizzata. Per reagire a queste difficoltà si tentò la strada dell'organizzazione verticale, ma l'unico risultato fu la creazione di una serie di colli di bottiglia che rendevano ancora più difficile l'uso del sito.
Che così, a dispetto della buona volontà di chi cercava di usarlo, iniziò ad essere sempre meno aggiornato e a perdere progressivamente di interesse.
Ed è stato allora che l'abbiamo ripreso, prelevandolo da quella sorta di limbo in cui era caduto. Un limbo dove ogni tanto qualcuno coraggiosamente si affacciava per cercare di rianimarlo, dandogli una nuova grafica, tentando una nuova organizzazione. Tutti tentativi - alcuni anche encomiabili - che però - isolati - presto si spegnevano, quando venivano meno l'entusiasmo e la buona volontà di quei coraggiosi esploratori dei luoghi abbandonati della rete .
Stavolta abbiamo provato a cambiare le carte in tavola.
Non siamo partiti da ciò che c'era ma da ciò che i principali fruitori di un sito del genere - gli studenti - avrebbero voluto che ci fosse.
Noi avevamo degli studenti - un'intera classe - e loro avevano delle idee: molte idee.
Una, soprattutto.
Dall'era lontana della nascita del sito (perché, sì, sono passati pochi anni ma sembrano ere geologiche) si era trasformata la stessa concezione della rete: erano arrivati i social network, la partecipazione, la condivisione. E questo aveva cambiato la stessa percezione di che cosa avrebbe dovuto essere un sito di una facoltà di scienze della comunicazione: non solo un luogo di servizio dove trovare informazioni, ma anche un luogo dove stare insieme, condividere le esperienze - di studio, di vita in comune, di pensiero -, sperimentarsi, imparare - magari sbagliando - a mettere in pratica ciò che si studia.
In breve, un luogo che ricreasse la comunità che ogni università dovrebbe essere.
E così ci siamo trovati a cambiare interamente prospettiva, mettendo al centro dell'esperimento intelligenza collettiva, partecipazione, condivisione: tutte quelle che ci dicono essere le parole chiave del nostro tempo.
Ora è arrivato il momento di mettere in pratica quello a cui si è lavorato negli ultimi mesi: domani il sito verrà presentato al Consiglio di Facoltà, che lo analizzerà per decidere se trasformarlo nella faccia in rete della facoltà.
Io so che ci sono una cinquantina di ragazze e di ragazzi che tengono le dita incrociate, pronti a rimettersi al lavoro.
Le incrocio con loro, perché questa piccola storia mi sembra una timida ma ferma risposta alla crisi in cui si dibatte l'università: qualcosa da cui ripartire.
L'Aquila - Viaggio in Abruzzo (6)
La puntata su L'Aquila (in onda ieri, lunedì, dopo la pausa del fine settimana) è stata forse la più dolorosa da realizzare. E' stata pensata come un omaggio alla città, e non poteva che partire dal terremoto del 2009 e procedere a ritroso, mostrandola com'era prima.
E così, ecco apparire tutta la raccolta bellezza dell'Aquila, nelle strade piene di persone e auto, di vita.
O ancora i vicoli alle cui strette finestre si affaccia solo qualche "anziano pigro", come diceva un commento che mi ha colpito per la sua involontaria irriverenza.
Ma ecco anche sfilare tutte le contraddizioni della città, come gli scontri per il capoluogo, o le guide dei musei capaci di parlare solo un italiano fortemente dialettale.
In questo caso, i filmini racconti dall'Archivio Audiovisivo della Memoria Abruzzese, non sono stati che un tramite, una coda per uscire da una cronaca o un "gancio" per introdurre un nuovo argomento. Gancio visuale, come le montagne che portavano "fuori" dalla città, o cronologico, giocando sull'assonanza degli anni in cui venivano girati i filmini privati e i reportage pubblici.
E quel senso di sottile nostalgia che, nel confronto con l'oggi, permea tutta la puntata è rafforzato dalla consapevolezza che molta di quella memoria privata contenuta nelle fotografie di famiglia o, peggio ancora, nelle fragili "filmine" dei super8, è probabilmente andata persa.
Così, per inciso, ben vengano le iniziative che a quella memoria guardano, come questa per esempio
Una memoria che, io credo, non dovrebbe però limitarsi a ricordare ciò che era prima. Ma dovrebbe guardare a ciò che sarà.
Perché, mi viene da dire con un paradosso, il verbo ricordare si declina al futuro.
E così, ecco apparire tutta la raccolta bellezza dell'Aquila, nelle strade piene di persone e auto, di vita.
O ancora i vicoli alle cui strette finestre si affaccia solo qualche "anziano pigro", come diceva un commento che mi ha colpito per la sua involontaria irriverenza.
Ma ecco anche sfilare tutte le contraddizioni della città, come gli scontri per il capoluogo, o le guide dei musei capaci di parlare solo un italiano fortemente dialettale.
In questo caso, i filmini racconti dall'Archivio Audiovisivo della Memoria Abruzzese, non sono stati che un tramite, una coda per uscire da una cronaca o un "gancio" per introdurre un nuovo argomento. Gancio visuale, come le montagne che portavano "fuori" dalla città, o cronologico, giocando sull'assonanza degli anni in cui venivano girati i filmini privati e i reportage pubblici.
E quel senso di sottile nostalgia che, nel confronto con l'oggi, permea tutta la puntata è rafforzato dalla consapevolezza che molta di quella memoria privata contenuta nelle fotografie di famiglia o, peggio ancora, nelle fragili "filmine" dei super8, è probabilmente andata persa.
Così, per inciso, ben vengano le iniziative che a quella memoria guardano, come questa per esempio
Una memoria che, io credo, non dovrebbe però limitarsi a ricordare ciò che era prima. Ma dovrebbe guardare a ciò che sarà.
Perché, mi viene da dire con un paradosso, il verbo ricordare si declina al futuro.
L'Abruzzo in cammino - Viaggio in Abruzzo (4)
Abbiamo cercato infatti di raccontare due storie in parallelo.
Il racconto pubblico, quello della Rai, si concentrava sulla fase iniziale dell'emigrazione, la partenza: erano storie prevalentemente centrate su chi restava, su quanto l'emigrazione costituisse un depauperamento per le aree di avvio dell'esodo.
L'emigrazione come dramma, insomma: per chi parte e per chi resta.
Il racconto privato suggerisce invece un percorso circolare: dalla partenza da un paese povero al difficile ambientarsi nella nazione di destinazione. Dalla lenta acquisizione di usi e costumi diversi, agli sforzi per mantenere un legame con la terra di origine, legami rinsaldati a tavola, con la musica, con le visite dei parenti e dei compari. E infine, poi, il ritorno, cambiati in un paese che è rimasto lo stesso solo nell'immaginazione di chi è stato lontano per tanto tempo.
L'emigrazione come possibilità, dunque: come speranza e trasformazione.
Certo, provare a raccontare questo lungo percorso esistenziale con poche sequenze è stata un po' una sfida. E a complicarla ulteriormente c'era la contrapposizione fra due punti di vista opposti, che volevamo però ricondurre ad unità, per tentare di descrivere la complessità di un fenomeno senza rinunciare al piacere del racconto.
Solo voi potete dire se e quanto ci siamo riusciti.
Comunque, ci ha aiutato molto il fatto che alcuni dei filmini donati all'Archivio Audiovisivo della Memoria Abruzzese, e in particolare quelli del Signor Renzi (Monticelli, Teramo), sono stati sonorizzati dallo stesso cineamatore. E se questo ha posto dei problemi dal punto di vista del montaggio (come conciliare il fondo musicale scelto dall'autore con quello che avevamo deciso di mettere noi?), ci ha invece permesso di suggerire allo spettatore un preciso punto di vista, senza aggiungere cartelli esplicativi.
In questo senso, forse, la cosa più bella è la lunga sequenza di visite ai parenti e ai compari che il signor Renzi ha filmato con dovizia di particolari, identificando con nome e cognome ogni singolo personaggio su cui si sofferma l'obiettivo. Individuando i luoghi in cui i suoi amici vivevano e quelli in cui avevano lavorato. Come se, attraverso questi dettagli, potesse trovare la loro nuova identità.
Certo, occorre guardare con un po' di distacco a queste immagini, non farsi prendere dalla loro forza affabulatrice. Se non si facesse così, ci si perderebbe in una sequenza di sorrisi, brindisi, scene di serenità familiare che sono solo una parte di quella vita di abruzzesi fuori dall'Abruzzo: tutto il resto - il senso di distacco, la solitudine, le difficoltà di inserimento - rimane per lo più lontano dall'obiettivo. E del resto, anche il film di famiglia non è che la "messa in scena" di un'idea di famiglia, quasi la raffigurazione di un'aspirazione di vita.
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Terra di santi e di poeti - Viaggio in Abruzzo (3)
Vi sta piacendo il racconto?
A proposito, questa parola mi fa venire in mente che non vi ho ancora detto una cosa importante (mea culpa, mea culpa): la principale narratrice di queste storie è Marta La Licata e l'artefice del montaggio è Marco Caroni. Grazie a loro siamo riusciti a trovare (credo) un buon equilibrio tra il racconto pubblico della televisione italiana e quello privato delle famiglie abruzzesi.
E questo ci porta alla puntata di ieri che ci ha condotto in un viaggio nella storia dell'Abruzzo attraverso tre grandi personaggi, Celestino V, Gabriele D'Annunzio e Ennio Flaiano.
In questo caso, far incontrare i due sguardi, quello pubblico e quello privato, non è stato facile.
Infatti, se c'è una cosa che i film di famiglia difficilmente ci possono restituire sono le vicende dei grandi personaggi, anche se - ultimamente - capita sempre più spesso di vedere i film privati all'interno dei documentari biografici. Mi viene in mente per esempio Questa storia qua, un film su Vasco Rossi che usa molti materiali privati, video e super8, oltre alle inevitabili fotografie (non lo avete visto? l'uso della memoria audiovisiva familiare è molto evidente anche nel trailer. Dateci un'occhiata, e poi tornate qua).
Ma questa storia qua non è la nostra storia.
Nella nostra storia, stavolta, i film di famiglia sono serviti soprattutto per ambientare il racconto e legarne i vari capitoli, diciamo così. Una funzione di raccordo, insomma.
E però abbiamo cercato di fargli dire qualcosa in più, piccole cose che potessero arricchire la storia.
Quanta distanza c'è, ad esempio, fra la Pescara di Flaiano e quella che filmavano i padri di famiglia solo qualche anno più tardi?
Ed è possibile ritrovare qualcosa dell'Abruzzo di Silone nei fotogrammi sgranati della fine degli anni Quaranta? Oppure in quelli dei decenni successivi, quando piccole cineprese cercano di immortalare la maestosità delle montagne per rievocarle poi sulle pareti di un salotto?
Ecco, forse è questa distanza fra memorie il sottotesto della puntata.
Da una parte la memoria privata degli scrittori, che attraverso l'elaborazione narrativa diventa immaginario collettivo. Dall'altra la memoria privata di una classe media, che, recandosi sui luoghi narrati dagli scrittori cerca di riprodurne le suggestioni, attingendo in questo modo ad un immaginario simbolico di cui è entrata in possesso attraverso la lettura.
Un percorso che ha quasi un andamento circolare, in cui storia, immaginario e memoria si alimentano a vicenda, per raccontarci un paese che - forse - non c'è, ma non per questo è meno reale.
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