Quando ho aperto questo blog avevo un solo obiettivo: continuare a tenere aperto un canale di comunicazione con gli studenti che seguivano il mio corso anche oltre le ore di lezione. Poi le cose hanno preso la loro direzione, che non è sempre stata coincidente con il progetto iniziale.
In modo altalenante, però, queste pagine hanno continuato a riflettere l'idea da cui tutto era partito. E' un ritorno ciclico, come le generazioni di studenti e i corsi universitari.
E così eccoci di nuovo alla prima settimana di un nuovo corso. E a sperimentare ancora una volta la funzionalità di questo canale.
Nella nuova pagina che trovate in alto, storia dei media 2012-2013, ci sono il programma d'esame e quello delle lezioni.
Qui sotto, invece, ci sono la presentazione del corso e la lezione introduttiva, un percorso che, attraverso invenzioni tecnologiche e rivoluzioni sociali, porta alla nascita del sistema dei mass media.
Nelle prossime settimane posterò le altre presentazioni, e tutto il materiale, le riflessioni, le integrazioni che potranno essere utili per gli studenti e - magari - incuriosire gli altri lettori casuali di queste pagine.
La pagina dei commenti è lì per voi: non fate i timidi.
Levando un po' di macerie: due chiacchiere con Fabrizio Russo
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| Harlan Draka in un disegno di Fabrizio Russo |
Come sanno i pochi che mi leggono, altre volte mi è capitato di occuparmi della responsabilità intrinseca nel disegnare le macerie
(come? non ve lo ricordate...? fate un salto qui e poi tornate)
Ne ho parlato un po' anche con Fabrizio, che ringrazio molto della disponibilità, non solo per la breve chiacchierata ma anche per i disegni che mi ha prestato per questa pagina.
Ma prima di tutto ve lo presento:
nato nel 1970, milanese, ha studiato al liceo artistico e si è specializzato in illustrazione alla Scuola Superiore d'Arte del Castello Sforzesco (e mi sembra che questa sua impostazione traspaia dalla cura del dettaglio e dal realismo quasi fotografico). Studia poi alla Scuola del Fumetto con Enea Riboldi (copertinista di Dampyr) e dal 1994 inizia a lavorare per la Bonelli.
Ed eccoci alle domande:
Ciao Fabrizio. Mi sembra che tu abbia uno stile realista classico, molto bonelliano
se vuoi, in cui è evidente il grande lavoro con i riferimenti
fotografici. So che ne hai avuti molti a disposizione per questa storia:
hai usato solo quelli oppure sei andato a vedere la città?
Come giustamente hai notato, su Dampyr il realismo e la ricerca del
dettaglio quasi maniacale è molto presente: normalmente in tutte le
storie si cerca la maggior fedeltà alla realtà e nel nostro caso questo
obbiettivo è stato ricercato ancor piu scupolosamente. Purtroppo non mi è
stato possibile fare un sopraluogo fisico delle zone, cosa che invece ha
fatto Mauro Boselli, cocreatore di Dampyr, che ha fornito una
documentazione vastissima sia di foto che di video che mi è stata
utilissima. Il tutto è stato ulteriormente integrato da una mia ricerca e
di Diego Cajelli su google.
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| tavola di Fabrizio Russo, parzialmente chinata |
Mi sembra di aver notato una grande attenzione nel cercare di
restituire attraverso il segno l'atmosfera che si respira a L'Aquila, e,
allo stesso tempo, un certo "rispetto" per la città, che mi sembra si
sia espresso soprattutto nel non voler calcare più del necessario sugli
elementi di distruzione. Si trattava solamente di un'esigenza di
sceneggiatura, oppure hai scelto tu di dare questa impostazione grafica e
narrativa? E che tipo di libertà hai avuto nello scegliere scorci e
ambientazioni?
In realtà abbiamo cercato di essere il piu attendibile possibile nella
ricostruzione delle ambientazioni: faccio un esempio, inizialmente in
molte scene (tipo l'aggressione dei cani al lupo azzurro superstite)
avevo disegnato moltissime macerie per la strada per dare piu
drammaticità alla situazione. Quando poi Boselli ha avuto modo di
visitare la città e ha rilevato che non erano piu presenti le macerie, ho
provveduto a correggere tutte le vignette allo scopo di essere il piu
verosimile possibile.
Sulla liberà, in genere se qualcosa non è indicato in
sceneggiatura il disegnatore è abbastanza libero di scegliere gli scorci
che preferisce, cosa che ho fatto anche in questa storia.
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| tavola a mezzi toni di Fabrizio Russo |
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| tavola di Fabrizio Russo |
Quando mi è stata proposta questa storia ovviamente ne sono stato onorato, innanzitutto perchè Boselli ha scelto me ed è un attestato di stima da parte sua visto le difficoltà alle quali si andava incontro; inoltre adoro lavorare con Diego Cajelli, che non solo stimo tantissimo come professionista ma è anche un caro amico. E in ultimo, ma piu importante, condividevo appieno l'idea alla base: gli aquilani ma come tutte le popolazioni terremotate, nel momento del disastro vengono sempre rassicurate dalle istituzioni che non saranno abbandonate, COSA CHE INVECE CAPITA PUNTUALMENTE OGNI VOLTA!
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Terremoto de L'Aquila
Nella zona rossa con Diego Cajelli
| la copertina del numero di marzo di Dampyr |
E tuttavia mi sembra che questa scelta porti definitivamente il terremoto de L'Aquila nell'immaginario collettivo: una decisione importante dunque, per quanto - come ci tiene a sottolineare in ogni occasione possibile lo sceneggiatore della storia, Diego Cajelli - l'albo non è un esempio di graphic journalism. A me, in realtà, questo non sembra un limite, anzi: è proprio l'essere diventata un luogo dell'immaginario - di un immaginario molto particolare come quello delle storie di Dampyr, sospeso tra realismo e fantasia - che dà ancora maggior forza all'Aquila e alla sua storia recente.
Sulla scia di queste sensazioni ho chiesto a Diego Cajelli di farci una chiacchierata sul suo lavoro, su Dampyr e su L'Aquila.
Se non conoscete Dampyr, fate un salto qui e troverete tutte le informazioni che vi servono.
Se non conoscete Diego Cajelli, invece, potete andare a guardarvi il suo blog (e se lo farete, sono sicuro che poi non riuscirete a smettere tanto facilmente. Per inciso, ha scritto anche un bel post su questo numero di Dampyr: dateci uno sguardo).
Qui vi dico solo che è uno sceneggiatore che scrive per la Bonelli e la Astorina (non vi è chiaro di chi stiamo parlando? sono le case editrici di Tex e Dylan Dog, tanto per dirne due, e di Diabolik) e che ha realizzato importanti progetti autonomi come Milano Criminale e Pulp Stories.
Di lui dicono che sia uno dei più promettenti sceneggiatori italiani ma per me non ha niente da promettere. Ha già mantenuto.
La caratteristica che apprezzo di più in lui è la grande consapevolezza delle tecniche di sceneggiatura: una padronanza che lo porta a scrivere storie che scorrono così naturalmente che la sceneggiatura sembra quasi non esserci. O meglio, sembra che quasi non ci sia il lavoro dello sceneggiatore: e naturalmente, invece, è il contrario, un po' come con il "montaggio invisibile" della Hollywood classica.
E finalmente eccoci alle domande e alle risposte.
Dampyr, pur essendo una serie fantastica, ha una forte componente realistica, in particolare nella scelta degli scenari storici e delle ambientazioni: e questa è una delle caratteristiche che, secondo me, la rendono così interessante e “potente”. C’erano già state avventure ambientate in Italia: da dove nasce la scelta di mandare Harlan Draka a L’Aquila?
Harlan è un personaggio che vive la maggior parte delle sue avventure in trasferta. E’ l’unione dei canoni classici del fumetto di avventura: luogo esotico e misterioso, posti lontani, luoghi dell’immaginario, con una componente horror basata sui miti, le leggende e il folklore locale.
Harlan gira per il mondo e in Italia è venuto diverse volte, sempre “portato” dalla componente folkloristica dei luoghi.
La scelta di ambientare questo episodio a L’Aquila è stata di Mauro Boselli, creatore della serie e curatore della testata.
E’ una scelta dettata da una delle “regole” del fumetto horror di avventura, ovvero le vicende che si svolgono un luogo “a parte” un territorio isolato, ma al tempo stesso vicino. La Zona Rossa di L’Aquila rispetta a pieno questi codici narrativi.
Tu sei noto per l’accuratezza con cui ti documenti prima di scrivere una storia: se non ricordo male ne hai fatto anche cenno in qualche post del tuo blog. Com’è andata in questo caso? Quali sono state le tue fonti documentarie?
Lo stesso Boselli, molto coinvolto e convinto della bontà di questa storia, si è recato apposta a L’Aquila e ha scattato una serie di fotografie.
Io ho rastrellato da Internet tutto quello che potevo trovare. Ho raccolto un paio di gigabytes di documentazione fotografica e non.
I tempi in cui viviamo premiano la “scuola Salgari”, nel senso che per scrivere in modo coerente e realistico spesso non è necessario uscire di casa.
Del resto, stai parlando con uno che ha ambientato un albo di Dampyr a Istanbul prima ancora di andarci, ricevendo comunque pareri entusiasti dai lettori turchi.
Ho sviluppato, con il tempo e la pratica, un mio sistema per trovare e archiviare la documentazione.
Uno dei rischi più grandi che si corrono quando si scrivono storie ambientate in un contesto determinato – storico o sociale – è lo “spiegone”: cioè infilare tutte quelle informazioni che il lettore medio potrebbe non possedere. Come hai evitato questo rischio, trovandoti a fronteggiare un realtà delicata come quella de L’Aquila, la cui storia recente non è dettata solo dalla catastrofe naturale ma anche dalle scelte politiche?
Attenzione però. Questo albo di Dampyr è una storia di genere, un horror, ambientato in un luogo reale a noi vicino.
Non è una graphic novel di fumetto/giornalismo o la ricostruzione a fumetti di quanto è accaduto.
E’ una storia di genere, con tutti i meccanismi e le regole di una storia di genere. Di fatti non ci sono spiegazioni o riassunti. Ci sono delle impressioni, date dai personaggi, in un momento narrativo di “pausa”. Di conseguenza lo “spiegone” non l’ho fatto. Il rischio non me lo sono preso perchè, forse sbagliando, non ho voluto pensare al lettore medio.
E sempre riguardo quest’ultimo punto: cosa sapevi de L’Aquila prima di scrivere la storia? Te lo chiedo perché uno dei fenomeni legati al terremoto del 2006 e alla successiva ricostruzione è che c’è stata una sfasatura tra ciò che è stato raccontato e ciò che è avvenuto. Voglio dire, cioè, che, al di là dei limiti della cronaca giornalistica e della maggiore o minore attenzione con cui certe testate hanno seguito la vicenda, il terremoto e la sua ricostruzione sono stati sfruttati dal punto di vista politico: ne è stata fatta una narrazione mediatica che è diventata rapidamente conoscenza diffusa ma che non corrispondeva a ciò che realmente stava succedendo. Così, finché non sono arrivati programmi di approfondimento o film documentari di grande successo (penso a “Presa diretta” e “Draquila” ad esempio), molti pensavano che a L’Aquila tutto fosse a posto e che la ricostruzione fosse avviata, se non addirittura quasi completata (e, chissà, molti magari lo pensano ancora).
Io non guardo i telegiornali. Non seguo programmi di approfondimento, tribune politiche, vite in diretta, talk show, questo e quest’altro.
Mi informo leggendo giornali, seguendo blog e siti di informazione “trasversali”. Ho un’amica a L’Aquila, una giornalista scrittrice molto attiva: Sara Ciambotti (Il terremoto di Sara, Rizzoli)
Tutto questo mi pone nella situazione di avere avuto delle informazioni “diverse” rispetto a quelle televisive. Il che, oltre a deprimermi, oltre a darmi la misura dell’abisso in cui il mio Paese è sprofondato, mi ha fornito una visione globale di come sono andare le cose dalle vostre parti.
Sapevo. Con tutta l’indignazione che la consapevolezza porta con sè.
Ultimamente ci sono stati alcuni fumetti che, ambientati nella contemporaneità, hanno introdotto situazioni e personaggi della cronaca: penso alle recenti storie della Cacciatrice ambientate a Napoli, ad esempio. Mi chiedo – e ti chiedo – se e quanto quest’uso della cronaca in storie di fantasia entri in rapporto con l’immaginario collettivo e, forse, anche, con la costruzione – o quanto meno la sensibilizzazione – di un’opinione pubblica. Se da un lato ciò produce una sensibilizzazione su alcuni temi (ricordo una storia di molti anni fa utilizzata per una campagna contro le armi, in cui il protagonista era Batman), dall’altro non potrebbe innescarsi una specie di “narrativizzazione” della realtà per cui il lettore potrebbe finire con il perdere di vista il confine tra elementi di cronaca ed elementi di fantasia?
Mi dispiace tirare fuori del pessimismo così all’improvviso, ma non credo nel concetto di “campagna di sensibilizzazione”. Per dire, non credo che un subumano picchiatore della propria moglie possa, in qualche modo, essere “sensibilizzato” da una campagna fatta ad hoc.
Al tempo stesso però quel tipo di cose bisogna farle, si deve farle, se non altro per poter dire che ci abbiamo provato, abbiamo fatto qualcosa, ci siamo impegnati.
Poi, che la sensibilizzazione abbia effetti soltanto su chi è già “sensibile”, è un argomento di tecnica di comunicazione sul quale dibatteremo in un altro momento!
Interessante invece il tuo concetto di “narrativizzazione” del quotidiano. Mi fa venire in mente le riflessioni di Guy Debord sulla società dello spettacolo.
Quello, comunque, è un rischio che c’è sempre stato. Non è una boutade, giuro, ho il CD con la trasmissione de “La Guerra dei Mondi” di Orson Welles ai microfoni della CBS nel 1938.
Dal mio punto di vista però, il fumetto, come supporto narrativo è a basso rischio di confusione tra finzione e realtà. Perchè è sempre finzione, ed è sempre una rappresentazione iconica della realtà.
Anche quando racconta una storia vera. Anzi, più la storia è vera, più il fumetto è finzione, perchè per essere letta e compresa ha bisogno di essere riscritta attraverso la lente narrativa e visiva del fumetto.
Mi sono chiesto spesso quanto delle idee – diciamo, in senso lato, delle idee politiche, ovvero una visione della società – di uno scrittore vivano all’interno di un personaggio. Se penso a personaggi Bonelli come Dylan Dog o Julia, o anche Ken Parker – per fare un passo indietro nel tempo –, mi viene in mente che in essi c’è molto dei loro “padri” di penna. Però Dylan Dog è diventato quasi un “carattere” da “Commedia dell’arte”, se mi passi il paragone un po’ ardito; mentre Julia o Ken Parker sono quasi sempre scritti da Berardi che mantiene uno stretto controllo sul loro sviluppo emotivo. Nel caso di Dampyr, invece, Harlan mi è sempre sembrato un po’ più “sfumato”, un po’ meno determinato caratterialmente: spesso quasi solo uno “strumento” per raccontare una storia. E tuttavia c’è una trama molto ben strutturata che si dipana nel tempo, con personaggi che tornano tra un episodio e l’altro. Quindi, da un lato, un personaggio che potrebbe lasciare molto spazio allo scrittore; dall’altro una intelaiatura che non consente grandi evoluzioni: quanto Diego riusciamo a vedere dietro Harlan?
C’è molto di me in Kurjak!
In realtà, c’è molto di me in quanto “vede” Harlan. Io sono nelle situazioni in cui si trova, nelle difficoltà che affronta, nei cattivi che incontra numero dopo numero. Harlan ha una personalità, ma sopratutto ha una sua storia personale molto precisa e dettagliata. E’ un personaggio scritto ispirandosi ai grandi classici dei fumetti. Un protagonista dalle caratteristiche uniche, piuttosto distanti dall’essere umano normale, come è giusto che sia. Dove si infila un autore in seconda come sono io?
In tutto il resto. Harlan è un personaggio così forte da sopravvivere a me e in grado di uscirne sempre e comunque nel migliore dei modi.
E dietro Long Wei, la nuova serie pubblicata dall’editrice Aurea che uscirà in edicola il mese prossimo? Da quello che ho letto in giro, in questo personaggio c’è molto delle tue passioni e di un mondo che conosci bene. E della tua “visione del mondo”, nei limiti di una serie d’avventura e dei suoi canoni narrativi?
Con Long Wei è tutto diverso. A partire dal fatto che il personaggio è mio, fin dalla sua gestazione e arrivando alla sua nascita su carta. Lì è più semplice, se non obbligatorio e naturale, inserirsi quasi in prima persona nella struttura caratteriale del personaggio. Se non altro come catarsi o come metafora della propria vita.
In Long Wei c’è molto di me. Forse troppo. Ma sono comunque elementi del mio carattere e del mia visione del mondo trasformati in punti e nodi narrativi.
Non è un fumetto minimalista sulle mie menate, è una storia d’azione, ambientata a Milano, dove il protagonista ha parecchi punti in comune con il sottoscritto.
Il linguaggio, su Long Wei cambia completamente rispetto a Dampyr, è lì, sulle pagine del fumetto che uscirà a Marzo, posso permettermi di essere più ironico e meno tenebroso.
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Piccole cose che cambiano
Un breve post di servizio per segnalarvi qualche aggiustamento nel blog, se per caso non ve ne siete accorti.
Allora.
In alto ho aggiunto una nuova pagina con le presentazioni (slide e prezi) che ho preparato per le lezioni negli scorsi anni. Erano già state postate ma ho pensato di radunarle tutte in un unico posto, per rendere più facile la ricerca a chi frequenta questo luogo per i suoi aspetti più didattici.
Mi sono accorto che qualche presentazione ha perso la formattazione originale: nei prossimi mesi cercherò di metterle a posto.
A sinistra invece trovate una app vimeo che vi rimanda ai video che ho realizzato per l'archivio audiovisivo della memoria abruzzese. Dateci un'occhiata, se non li conoscete già, e se per caso vi va di lasciare un commento mi fa piacere.
Allora.
In alto ho aggiunto una nuova pagina con le presentazioni (slide e prezi) che ho preparato per le lezioni negli scorsi anni. Erano già state postate ma ho pensato di radunarle tutte in un unico posto, per rendere più facile la ricerca a chi frequenta questo luogo per i suoi aspetti più didattici.
Mi sono accorto che qualche presentazione ha perso la formattazione originale: nei prossimi mesi cercherò di metterle a posto.
A sinistra invece trovate una app vimeo che vi rimanda ai video che ho realizzato per l'archivio audiovisivo della memoria abruzzese. Dateci un'occhiata, se non li conoscete già, e se per caso vi va di lasciare un commento mi fa piacere.
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posti in piedi
Quando alle nove e mezza abbiamo iniziato, qualcuno stava ancora arrivando e si stava sistemando in fondo alla sala, in piedi. Due temerari si erano avventurati in galleria e si erano seduti nelle poltrone centrali, per godersi lo spettacolo dall'alto.
Lo spettacolo è stata Loreto Aprutino, e il calore con cui ha accolto la proiezione del breve documentario che ho realizzato per conto dell'Archivio Audiovisivo della Memoria Abruzzese.
Ne avevo già parlato in molti post precedenti e quindi non mi dilungo (ma se volete rinfrescarvi la memoria guardate qui, qui, qui e qui).
E vi mostro quello che abbiamo proiettato sabato 12 gennaio: un breve viaggio nella memoria di Loreto Aprutino, un viaggio che, attraverso ricordi privati e talvolta intimi, finisce per dirci qualcosa anche sul modo in cui si guarda all'Italia e al mondo da un appartato paese sulle colline.
Loreto m'arcord from Archivio della Memoria Abruzzese on Vimeo.
Lo spettacolo è stata Loreto Aprutino, e il calore con cui ha accolto la proiezione del breve documentario che ho realizzato per conto dell'Archivio Audiovisivo della Memoria Abruzzese.
Ne avevo già parlato in molti post precedenti e quindi non mi dilungo (ma se volete rinfrescarvi la memoria guardate qui, qui, qui e qui).
E vi mostro quello che abbiamo proiettato sabato 12 gennaio: un breve viaggio nella memoria di Loreto Aprutino, un viaggio che, attraverso ricordi privati e talvolta intimi, finisce per dirci qualcosa anche sul modo in cui si guarda all'Italia e al mondo da un appartato paese sulle colline.
Loreto m'arcord from Archivio della Memoria Abruzzese on Vimeo.
Appuntamento a Loreto Aprutino
Finalmente, dopo quasi un mesetto di anticipazioni (ricordate, avevo cominciato a lanciare segnali il 13 dicembre dello scorso anno: lo so che non è passato tanto tempo, ma a dirlo così fa tutto un altro effetto) posso dirvi qualcosa in più dell'iniziativa che l'Archivio Audiovisivo della Memoria Abruzzese sta organizzando a Loreto Aprutino.
Ma prima date un'occhiata a questo nuovo video:
Visto?
Bene, allora adesso segnatevi questa data.
Il 12 gennaio 2013, alle 21, verrà presentato al Supercinema teatro di Loreto Aprutino il video di montaggio Loreto m'arcord, che ho realizzato, insieme ad Annacarla Valeriano, con i film familiari e amatoriali raccolti a Loreto Aprutino grazie alla collaborazione dell'Associazione Culturale Lauretana.
Questa qui accanto è la locandina dell'iniziativa.
La proiezione concluderà la cerimonia di restituzione dei film alla città.
Vi sembra che cermonia sia un termine troppo altisonante?
Secondo me non lo è: si tratta in effetti del momento conclusivo di un lungo percorso di scambio di memorie. Loreto Aprutino ha consegnato alcuni mesi fa all'Archivio una parte delle sue memorie, in forma di film familiari e amatoriali realizzati nei decenni passati: l'Archivio li ha digitalizzati, catalogati, analizzati, e ora li restituisce a chi glieli aveva consegnati.
Ma, insieme a queste memorie private, restituisce anche una piccola parte della storia collettiva della città.
Ecco: Loreto m'arcord è proprio questo racconto collettivo.
Ma non ci sarà solo questo: il prossimo sabato sera cercheremo di mostrare anche in altri modi la forza emotiva e narrativa dei film familiari.
Come?
Beh, non voglio dirvi tutto: venite a vedere. Sarà interessante.
Ma prima date un'occhiata a questo nuovo video:
Visto?
Bene, allora adesso segnatevi questa data.
Il 12 gennaio 2013, alle 21, verrà presentato al Supercinema teatro di Loreto Aprutino il video di montaggio Loreto m'arcord, che ho realizzato, insieme ad Annacarla Valeriano, con i film familiari e amatoriali raccolti a Loreto Aprutino grazie alla collaborazione dell'Associazione Culturale Lauretana.
La proiezione concluderà la cerimonia di restituzione dei film alla città.
Vi sembra che cermonia sia un termine troppo altisonante?
Secondo me non lo è: si tratta in effetti del momento conclusivo di un lungo percorso di scambio di memorie. Loreto Aprutino ha consegnato alcuni mesi fa all'Archivio una parte delle sue memorie, in forma di film familiari e amatoriali realizzati nei decenni passati: l'Archivio li ha digitalizzati, catalogati, analizzati, e ora li restituisce a chi glieli aveva consegnati.
Ma, insieme a queste memorie private, restituisce anche una piccola parte della storia collettiva della città.
Ecco: Loreto m'arcord è proprio questo racconto collettivo.
Ma non ci sarà solo questo: il prossimo sabato sera cercheremo di mostrare anche in altri modi la forza emotiva e narrativa dei film familiari.
Come?
Beh, non voglio dirvi tutto: venite a vedere. Sarà interessante.
Tanti auguri, signor Villaggio
Gentile Direttore, "non le è mai venuto in mente di consigliare al signor Villaggio di darsi all'ippica? A me e ai miei familiari sì, fin dalla prima volta".
"Villaggio se non lo buttate dalla finestra voi, verrà il giorno che lo faranno i telespettatori infuriati".
Così gli italiani accoglievano nel 1968 l'irruzione di Paolo Villaggio nei loro tubi catodici: sono certo che se rileggesse oggi queste lettere al Radiocorriere Tv sorriderebbe con crudele e sardonica soddisfazione.
Già allora, come i messaggi al Radiocorriere testimoniano eloquentemente, era capace di far emergere il peggio dell'italianità, mentre andava affinando una delle più geniali (e intermediali) maschere italiane, rivelatrice dei molti lati oscuri dell'italiano medio, il perenne Fantozzi.
Forse, se capitasse da queste parti, apprezzerebbe la scelta di fargli gli auguri per i suoi ottanta anni in deliberato ritardo, e con il cordiale invito di un lettore che scriveva, sempre nel febbraio 1968, al Radiocorriere:
"Al signor Villaggio, con molta serietà, certo una serietà meno stupida della sua, vorrei soltanto dire: sparisci".
La trasmissione era Quelli della domenica e Aldo Grasso la descrive come
un varietà di rottura, diretto da Romolo Siena, un'anteprima che apre le porte alla nuova comicità, con tempi, ritmi e contenuti lontani dalla tradizione. Con la sua aggressività comunicativa la trasmissione frantuma l'immagine patinata ed edulcorata dello spettacolo leggero
(Aldo Grasso, Storia della televisione italiana, Garzanti, Milano 2004, p. 190)
I signorili apprezzamenti all'attività dell'allora esordiente Villaggio li ho tratti invece da Giovanni Gozzini, La mutazione individualista. Gli italiani e la televisione 1954-2011, Laterza, Roma-Bari, 2011, p. 60.
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