That's all, folks! (parte seconda)


Nel giorno in cui viene varato il governo Monti, che come personale politico e stile si mostra lontanissmo dal modello incarnato dall'ex presidente del consiglio, come promesso torno a parlare del libro "Berlusconismo, analisi di un sistema di potere" (Laterza, 2011), dedicando stavolta una maggiore attenzione ad un aspetto secondo me centrale: la trasformazione culturale che questo modello ha portato nella società italiana.
E' uno degli argomenti che attraversano sotto pelle tutti, o quasi tutti, i saggi del libro: ed è anche uno dei "luoghi comuni" con cui si descrive il fenomeno. Dunque, è particolarmente difficile analizzarlo. Anche perché il campo di indagine non potrebbe essere più vasto: dall'assottigliarsi del confine pubblico-privato al ruolo delle televisioni, dalle trasformazioni del linguaggio al ruolo della stampa popolare, dal dilagare di un modello di politica pop ad un ritorno alla centralità del corpo nella scena pubblica.
Anche in questo caso, non siamo di fronte ad un fenomeno che si manifesta all'improvviso, dal nulla: o meglio, sfruttando il "grande nulla" che il terremoto di "Mani pulite" aveva lasciato nella scena politica italiana.
In questo senso, l'approccio di Giovanni Gozzini è particolarmente intrigante.
Nel saggio intitolato "Siamo proprio noi", propone una tesi che affronta di petto la questione:
la baby boom generation, concepita tra la fine della guerra e il 1955, inietta nella società italiana un'overdose di individualismo che tra Sessantotto e anni di piombo si esprime nelle forme tradizionali della politica, per poi allontanarsene e trovare sbocco in altri campi (p. 15)
Uno di questi sarebbe proprio ciò che chiamiamo berlusconismo, un "campo di forza" costruitosi grazie al ruolo centrale che le televisioni commerciali hanno assunto nel nostro paese dagli anni '80 e nel sottile rimodellamento dell'etica privata - prima - e pubblica - poi - che esse hanno indotto nella società.
Nella televisione che si afferma a partire dagli anni '80 si assiste a due processi: da un lato viene a compimento quel lungo processo che porta alla ribalta (televisiva) l'"uomo comune", un percorso che inizia da "Lascia o raddoppia?" e tocca il suo culmine con il "Grande Fratello". Dall'altro si compie la "rivoluzione individualista": il magico occhio della tv - che dagli anni '80 conquista progressivamente tutti gli ambienti della casa - sembra mostrare la possibilità concreta di realizzare una società senza classi,
la nuova terra delle opportunità, il nuovo elisir di immortalità gratuito e a disposizione di tutti.
E' una delle forme che assume il cosiddetto riflusso, che poi - sostiene Gozzini - non è altro che un "flusso" verso  una società diversa. Una società in cui la politica non ha più un ruolo di primo piano:
Anzi, il modo di guardare la televisione come mezzo per il soddisfacimento di bisogni immediati (attraverso la pubblicità e/o l'immedesimazione nel mondo dello spettacolo) plasma il modo di guardare alle istituzioni come strumento da usare per la propria vita: se non servono, meglio starne lontani (p. 28).
E' attraverso questo "basso continuo" che passerebbe una vera e propria "mutazione antropologica" (per dirla con espressione pasoliniana) in cui si affermano modelli nuovi, fra i quali finiranno per primeggiare maleducazione, estetica trash ecc. Insomma, quella egemonia sottoculturale di cui ha parlato Massimo Panarari (volete saperne di più? qui c'è il link alla presentazione del libro, qui una recensione).
Ipotesi interessante, come dicevo. Solo che non mi convince del tutto, anche se funziona perfettamente nella logica di breve respiro di un intervento in un convegno. La cosa che mi lascia un po' perplesso è proprio il ruolo centrale che viene attribuito alla televisione, per quanto essa diventi effettivamente il medium dominante dalla fine degli anni settanta, finendo per invadere progressivamente tutte le stanze della casa e per cacciare in un angolo - reale e metaforico - gli altri strumenti di comunicazione. Solo che la sua evoluzione non è indipendente dallo sviluppo del linguaggio interno del medium, dal rapporto con gli altri media e dalla trasformazione sociale (e politica) complessiva, che nell'analisi di Gozzini sembra diventare semplicemente lo sfondo. Credo che l'autore abbia affrontato lo stesso tema in modo più disteso e analitico in un testo che devo ancora leggere (è questo: lo vedete se fate clik qui): vi saprò dire. Per quanto riguarda il berlusconismo, mi pare che le promesse della sua analisi non siano pienamente soddisfatte.
Più originale e interessante - direi anche più efficace sotto il profilo euristico - mi sembra invece il contributo di Enrica Asquer, una delle curatrici del volume, che analizza la costruzione di un "populismo culturale" negli anni del berlusconismo attraverso lo spoglio della rivista "Chi".
Perché è originale? perché la cultura popolare di massa è fatta anche da questo tipo di stampa, che negli anni più recenti ha iniziato a vivere in rapporto simbiotico con la televisione. E perché il tipo di modelli che essa propone, assorbendoli dalla televisione ma levandoli dall'effimero, dal momentaneo di cui vive la comunicazione televisiva per trasferirli sulla ben più dilatata comunicazione giornalistica, si riflettono poi anche in altri campi di costruzione del gusto e del comportamento collettivo: dalla moda alle pratiche del vivere quotidiano. Non avete mai avuto, assistendo ad una discussione fra condomini, la sensazione di essere in un programma di Maria De Filippi?
Asquer dimostra che negli anni si è scivolati lentamente e inesorabilmente dal popolare al popolaresco, fino ad arrivare al populista (è proprio questo il titolo dell'intervento: Popolare, popolaresco, populista): e questo piano inclinato del gusto e dell'estetica ha finito per essere funzionale ad un progetto politico. Così, esattamente come accade nella categoria politica, nel populismo culturale
si rimuovono apparentemente, ma sapientemente, le mediazioni e le distanze tra chi detta i codici estetici (ed etici) e chi li applica, rivendicando strumentalmente il valore della "gente" e, in essa, una forma di capitale che si identifica con la mera vita.
E tuttavia, esattamente come nel populismo,
la vicinanza col "popolo" (...) è tanto fittizia quanto ostentata come autentica (p. 117).

Forse a qualcuno potrà suonare eccessivo parlare di modello culturale egemonico, eppure è indubitabile che questo si è cercato di fare: l'ex ministro della pubblica istruzione Mariastella Gelmini, per esempio, lo ha detto chiaramente quando ha affermato di voler portare il berlusconismo nei templi della "cultura di sinistra" (se fate clik qui,  andate all'articolo de "Il Giornale" che ce lo racconta). Ne parla Gabriele Turi in un intervento intitolato "I 'think-tank' della destra", dove si analizzano i tentativi "della destra di elaborare una proposta culturale funzionale ai suoi obiettivi politici" (p. 30): è uno sforzo che probabilmente non è stato così efficace come quello esperito attraverso la cultura popolare, ma penso che sarebbe sbagliato leggerli separatamente. Alcune retoriche (penso a quella sul "merito", declinata in forma di puro individualismo, quasi di darwinismo sociale) hanno attraversato entrambi i campi, quello della cultura "alta" e quello della cultura "popolare", andando a formare una nuova stratificazione nella cultura diffusa. Solo il tempo potrà dirci quanto persistente.

That's all, folks!

Nelle ore in cui Berlusconi sembra uscire di scena, rubo il titolo (e la copertina, qui a lato) all'Economist per parlare di un libro che tenta una analisi del berlusconismo.
Attenzione: non di Berlusconi ma del modello politico e culturale che ha segnato gli ultimi anni del paese. E che non è detto non continuerà a segnare anche i prossimi.
Il libro è uscito un po' di tempo fa e si intitola Berlusconismo. Analisi di un sistema di potere (Laterza 2011) ed è curato da Paul Ginsborg e Enrica Asquer. Si tratta di una raccolta di saggi presentati durante un convegno organizzato a Firenze dal 15 al 17 ottobre del 2010: promotori ne erano la rivista "Passato e Presente" e l'associazione Libertà e Giustizia.
Il libro contiene molte cose interessanti insieme a qualcosa che non funziona molto, come sempre accade nelle raccolte di saggi e interventi.
Quello che è meno riuscito, a mio parere, sono gli interventi di Norma Rangeri e Marco Travaglio: il taglio giornalistico dei loro testi non gli consente quell'approfondimento che invece, negli altri, è perlomeno tentato. Probabilmente sono stati interventi parlati molto efficaci, ma nella scrittura hanno perso molta della loro forza. Anche se Rangeri conia un'espressione che merita di essere ricordata per la sua icasticità ed efficacia: parlando della televisione e della sua forza simbolica osserva che
mentre nel passaggio dalla prima alla seconda Repubblica, la tv era in piazza, era l'agorà, (...) oggi il format (...) è (...) la casa chiusa.
Da Samarcanda e Milano, Italia al Grande Fratello: e da una domanda di politica alla sua assenza. Sintesi e metafora perfetta.

La cosa più efficace dell'intero volume mi è sembrata la sua impostazione, il focus del discorso: parlare, cioè, del berlusconismo, e non di colui che gli ha dato il nome. Il sottotitolo, in realtà, potrebbe apparire fuorviante, perché l'espressione "sistema di potere" sembrerebbe rimandare soprattutto all'idea di un modello politico: e invece i curatori lo intendono nella sua accezione più ampia, con una forte sottolineatura anche delle componenti culturali e simboliche che hanno innervato le forme organizzative della politica e l'etica pubblica dell'intero paese. Bellissimo, in questo senso, il saggio di Zagrebelsky sulla neolingua dell'età berlusconiana che mostra con lampante evidenza come la trasformazione del lessico sottintenda un preciso assetto ideologico e culturale e richiama l'attenzione sulla linguaggio che usiamo, sulla
forza conformatrice del senso comune, che opera anche senza che ce ne accorgiamo. Il linguaggio acriticamente accettato esercita qualcosa come una dittatura simbolica. (p. 234)
Per parlare di tutti i saggi finirei per scrivere un post lunghissimo che anche i mei 15 lettori si stancherebbero presto di leggere. Farò così, allora. Alcuni dei temi cercherò di riprenderli in post successivi (in particolare quelli sulla costruzione del sistema culturale e mediatico), mentre qui mi limiterò ad una citazione che elenca i principali elementi costitutivi del berlusconismo che, come viene più volte indicato nel testo, non nasce dal nulla ma si incista su un sistema di potere fragile e su modelli culturali deboli:
la natura patrimoniale del sistema di potere di Berlusconi; le peculiarità del discorso culturale che ha caratterizzato il suo controllo dei media; la visione di genere che informa le sue azioni e riflessioni; la relazione strumentale che ha instaurato con la Chiesa cattolica e la connivenza col suo sistema di potere; il modo in cui il populismo, nel mondo del berlusconismo, porta con facilità al disprezzo delle istituzioni e all'assenza di qualsivoglia etica pubblica; da ultimo, il modo in cui il berlusconismo ha diviso il paese. (Introduzione, p. VIII)
Ci torneremo presto su, allora. Per il momento, se vi interessa approfondire oltre quel poco che ho detto, qui trovate la pagina del catalogo Laterza, con alcune recensioni (la metto per questo motivo, non per fare pubblicità alla casa editrice o per spingervi a comprare il libro, sia chiaro), mentre qui trovate una lunga recensione curata da Luca Michelini (qui il suo sito/blog) e pubblicata su Micromega.

la rivoluzione è cominciata

Forse come titolo è un po' esagerato, ma è quanto ha detto Santoro all'inizio di Servizio Pubblico, giovedì sera, il 3.



In fondo, un po' di ragione ce l'aveva perché i risultati del suo esordio con il programma multipiattaforma e mandato in onda su un circuito di televisioni locali, su Sky e in streaming sono sorprendenti. Ne hanno parlato un po' tutti: dai dati disponibili il suo ascolto è stato stimato in circa tre milioni di persone, per la sola piattaforma televisiva. Con diverse centinaia di migliaia di utenti connessi su internet.
Il che ovviamente non è poco, anzi.
Ci sono state diverse analisi, più o meno raffinate: se volete godervi un po' di grafici, eccoveli, presi da tv-blog (qui c'è il link ad una delle loro analisi).

A me sembra che quello più interessante sia l'ultimo, che mostra il confronto tra due programmi pensati per la tv generalista ma andati in onda su una piattaforma satellitare. La prima impressione è che programmi di questo tipo siano visti soprattutto (se non solo) dal pubblico di appassionati. Lo zoccolo duro, insomma.
Ed è forse su questo che bisognerebbe riflettere prima di parlare di "rivoluzione".
Perché la sensazione è che Santoro sia riuscito nel suo exploit soprattutto grazie a due fattori: il grande interesse che la sua vicenda professionale/personale aveva suscitato e lo zoccolo duro dei suoi fans, diciamo così. Cosa che sembra confermata dal risultato del sondaggio che hanno fatto durante la trasmissione e che ha conseguito percentuali bulgare.
Perché dal punto di vista del linguaggio televisivo, non mi sembra che la prima puntata di "Servizio pubblico" sia stata proprio una "rivoluzione": sembrava di vedere una puntata di Anno Zero, con un po' meno servizi, senza il contraddittorio obbligato in studio, e con qualche piccolo (e, direi, tutto sommato facile) scoop (voglio dire: Lavitola ha una tale voglia di parlare che si farebbe intervistare pure da me).
E poi c'era quello che in Rai avevafatto venire il mal di pancia a molti, la ricostruzione in forma di fiction delle telefonate intercettate: forse, la parte migliore.

Insomma, era un normale programma televisivo, anche un po' lungo e noioso per certi tratti.

Certo, si potrebbe dire che in fondo è questa la vera rivoluzione: riuscire a fare un normale programma di approfondimento giornalistico. E non sarebbe sbagliato, visto il pessimo livello della nostra tv, da questo punto di vista.

Però, la sensazione che ho è che la forza dell'organizzazione che Santoro e la sua squadra sono riusciti a mettere in piedi non sia stata sfruttata al meglio. Io mi sarei aspettato un programma confezionato in modo tale da essere rapidamente trasformato nelle forme virali e frammentarie del linguaggio di youtube e dei social network, mentre mi sa che la lunghissima tirata di Travaglio non diventerà la clip più cliccata della settimana.
In ogni caso, sarà interessante seguire come la cosa evolverà. E se la stessa formula di autoproduzione possa essere messa in atto da altri big della tv, come lo stesso Santoro a un certo punto ha fatto intendere.
Se succedesse sarebbe certo interessante, però non so quanto sarebbe una reale rivoluzione televisiva.
Forse lo diventerebbe se simili ascolti venissero raggiunti da nomi e volti nuovi e sconosciuti, che riuscissero ad imporsi grazie alla rete delle emittenti locali, l'appoggio della piattaforma satellitare, la galassia dei social network e delle web-tv. Ma mi sembra veramente solo un telesogno

prove di servizio pubblico

Fra poche ore sapremo com'è andata. Dopo essersene andato dalla Rai, Michele Santoro ci riprova con un esperimento che aveva già fatto quando era ancora nel servizio pubblico. Ricordate? Si chiamava
e andò in onda il 25 marzo 2010. Qui trovate la pagina di wikipedia per rinfrescarvi la memoria.
Oggi il programma è più ambizioso, perché Michele è ormai fuori dal servizio pubblico. E prova a farsene uno tutto suo: il progetto infatti si chiama
e seguendo il link trovate il sito dedicato, da cui potrete anche vedere il programma.

Il progetto è interessante, e molto se ne è parlato. E moltissimo se ne parlerà, se avrà successo.
Ed è possibile che lo abbia, il successo.
Perché la Rai, quello che dovrebbe essere l'unico servizio pubblico, ha fatto una politica aziendale suicida. Non solo per le ben note questioni legate ai rinnovi contrattuali (Santoro, Dandini ecc.), ma anche per le scelte che riguardano le piattaforme alternative. E per non parlare poi dello stato dell'informazione.
Perché Santoro è un nome dal forte richiamo.
Ma soprattutto perché la televisione sta cambiando.
Il Grande Fratello ha un clamoroso crollo di ascolti.
Talent che sembravano funzionare fino alla scorsa stagione, languono nell'inedia.
La tv satellitare avvia una politica editoriale da tv generalista.
E sempre più persone, soprattutto nelle fasce di pubblico più giovane, usano una molteplicità di piattaforme per seguire quello che più gli piace.
Bisognerà capire come questo nuovo modello di visione si possa adattare ad un programma che rimane pur sempre televisivo. Infatti non è sufficiente pensare ad una fruizione su molti e diversi canali per parlare di una nuova televisione: bisognerà vedere se e come cambierà il linguaggio. E magari ne riparleremo domani.

Non fa Male



E' stato quasi un riflesso pavloviano. Li ho letti e mi è venuto in mente lui.
Poi, pensando a un titolo per questo post, mi è venuta in mente un'altra battuta famosissima, molto più pop di quella di Moretti. Se non l'avete riconosciuta, è questa:



Quello che unisce queste due citazioni è solo la parola male. Perché, se non lo sapete, il Male è tornato in edicola: e c'è tornato due volte. Con una storia che lascia un gusto acido, come le vignette del Male, quello originale.
E allora cominciamo dall'inizio.
Nel 1978 iniziava ad uscire una rivista di satira, una di quelle che lasciano il segno, Il Male, appunto. E' durata poco, ed ha avuto una vita travagliata. Ed ha lasciato molti rimpianti.
Qualche tempo fa, due degli autori di allora - Vincino e Vauro - hanno deciso di riportarla in vita. Ma colui che ne era stato a lungo il direttore - Vincenzo Sparagna - ha deciso che non era cosa fare la rivista senza di lui: e così ne ha fatta un'altra tutta sua, uscendo qualche giorno prima di quella della W.
Un bel casino: se seguite il link trovate un riassunto, non del tutto imparziale.
E, se vi va di andarvi a leggere i due mali, troverete abbondanza di riferimenti alla vicenda. Qualche esempio?
Il Nuovo Male di Sparagna:
...le amarezza più grandi, sono vedere amici e compagni in cui si aveva fiducia passare armi e bagagli dalla parte dei potenti e dei prepotenti per denaro o per vanità. (...) Questo nostro nuovo Male è anche una risposta ad alcuni di costoro, che, dall'alto di una vita ben nutrita dai padroni del vapore, hanno deciso di scimmiottare la loro lontana giovinezza facendosi finanziare (a quanto mi dicono) una "moderna" versione de Il Male che a me sembra solo la furbata commerciale di ex ribelli con ville e rendite... (p. 11)
L'unico Male di Vauro e Vincino, una vignetta di quest'ultimo:
...mentre noi al Male puzzavamo di fame lui faceva i milioni con Frigidaire. Questa è la verità storica echecazz...
Il lui che faceva i milioni è Sparagna, direttore di Frigidaire, una splendida rivista in cui lavorava gente come Pazienza, Tamburini, Liberatore ecc., che poi sarebbero passati anche al Male.
Insomma, una vicenda non proprio edificante che ha dato un duro colpo a tutta l'operazione. Ma il problema, in realtà, non è questo.
Il problema è che questi due Mali non fanno male.
Non nel senso che non eguagliano l'originale, ma nel senso che non graffiano, non sono urticanti, non riescono proprio - direi - a fare satira. A mio modo di vedere quello di Sparagna ancora meno di quello di W che ha alcuni buoni passaggi (Makkox su tutti: non lo conoscete? accidenti a voi! filate qui, e poi tornate).
Qual è il problema, allora?
Beh, alla fine proprio il confronto con l'originale.
D'accordo, è una questione di marketing editoriale: usare quel mitico nome serve a trovare un primo nucleo di lettori che permettano di contenere le perdite iniziali per arrivare ad un punto di pareggio (o a perdite accettabili) e intanto migliorare la rivista e conquistare nuove fette di pubblico. Però la scelta porta con sé, inevitabilmente, un confronto con l'originale. E la delusione. Perché?
Io credo che l'asticella del ridicolo, o dell'osceno, sia stata portata così in basso in questi ultimi anni che diventa difficile scuotere l'opinione pubblica.
Se compito della satira è dire a tutti che il re è nudo, qui siamo in una situazione in cui il re si vanta di essere nudo, e mostra in giro i propri attributi gloriandosene.

Questo

faceva Male.

Questo

fa sorridere.
Ma, purtroppo, non fa più male.

hungry, fool, different, simple

Tutto il mondo ha detto addio a Steve Jobs, chi lo amava e chi lo detestava.

Cosa dire più di quello che è già stato detto e scritto? Cosa dire di diverso?
Niente, credo.
Non per ora.
Ora, del resto, ogni cosa che si potrebbe dire entrerebbe in un circuito di ridondanza che la rendebbe del tutto inutile, puro rumore di fondo.
Allora, come sempre in questi momenti, occorre ripartire da sé. Da quello che l'industria culturale ti ha lasciato dentro, come spettatore, come fruitore, come pubblico, anche se attivo.
Perché anche di questo si parla, quando si parla di quello che ha fatto Steve Jobs.
Perché dietro le sue macchine c'era questo



e questo



Qualcuno ha detto che la Apple è stata prima di tutto una grande azienda di marketing. E forse in parte è vero.
Ma ciò non basterebbe a spiegarne il successo.
C'è la tecnica, certo. E c'è il design, ovvio. E c'era, all'inizio, anche il piacere di sentirsi diversi.
Ma soprattutto c'era, e c'è, l'applicazione pratica di una delle intuizioni di McLuhan (ancora lui, sempre lui): che i media sono estensioni dei nostri sensi.
Anche prima dell'I-Pad i libri si potevano leggere su uno schermo. Ma era un gesto artificioso. Poi arriva l'I-Pad e si sfogliano, così come si fa con i libri di carta.
E se risaliamo all'indietro, ho l'impressione che troveremo sempre lo stesso primato: anche prima quelle cose si potevano fare, ma non si facevano in modo naturale.
La via è quella della semplicità: una ricercata semplicità, come quei maglioncini neri che, ho letto ieri, costavano uno sproposito.
Ecco, a me quello che è sempre piaciuto della mela è la semplicità. Per esempio, quando presi questo
quello che mi piaceva era che non sembrava nemmeno vero per quanto era semplice e divertente (sì, divertente: sembrava di avere in mano un computer uscito da Paperopoli).
E come questa semplicità avesse l'incredibile, inquietante capacità di cambiare in modo sottile ma definitivo il tuo modo di pensare e di agire quando eri in quella dimensione: e come quella dimensione sembrasse il futuro. Mi ha sempre colpito, per esempio, quanto la gestualità di chi lavora su un I-phone o un I-pad ricordi quella del John Anderton di Minority Report: quella sequenza di gesti per scorrere le immagini mi sembrarono allora il futuro, una delle possibili strade del futuro; e oggi le vedo anche nella pubblicità.
E, allora, sarà forse in questa capacità di costruire un immaginario collettivo, a partire dalla fantasia di pochi, che risiede il segreto del lavoro di Steve Jobs.
Ma, appunto, ci sarà tempo per pensarci.

Ah, ovviamente il titolo si riferisce ad uno dei discorsi più famosi (e belli, ed emozionanti) di Jobs. Se non lo conoscete (ma non è possibile: quindi anche se volete solo riascoltarlo), ve lo metto qui:

E poi, magari, un giorno parleremo della forza dello storytelling, di cui questo discorso è una prova lampante.

E di quello che non mi è mai piaciuto della mela, il suo voler essere un mondo a sé, un mondo chiuso: forse, dal punto di vista del marketing, questa è (è stata?) la sua forza. Ancora oggi continua a non piacerme e, in più, mi sembra una debolezza in un universo collaborativo, oltre che un tratto di arroganza che forse, a quanto si legge, rispecchiava un aspetto del carattere di Jobs. Forse, ora che non c'è più, questa cosa cambierà: se lo facesse, non credo che sarebbe un tradimento della sua eredità.

lezione di cucito

Odoardo Borrani, 26 aprile 1859
Lo ha scritto Gustavo Zagrebelsky. Io lo condivido, insieme a molta altra gente.

L’anno anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia rischia di concludersi così. Così, come? Con una frattura profonda.
Sempre più e rapidamente, una parte crescente del popolo italiano si allontana da coloro che, in questo momento, sono chiamati a rappresentarlo e governarlo.
I segni del distacco sono inequivocabili, per ora e per fortuna tutti entro i limiti della legalità: elezioni amministrative che premiano candidati subìti dai giri consolidati della politica; referendum vinti, stravinti e da vincere nell’ostilità, nell’indifferenza o nell’ambiguità dei maggiori partiti; movimenti, associazioni, mobilitazioni spontanee espressione di passioni politiche e di esigenze di rinnovamento che chiedono rappresentanza contro l’immobilismo della politica.
Il dilemma è se alla frattura debbano subentrare la frustrazione, l’indifferenza, lo sterile dileggio, o l’insofferenza e la reazione violenta, com’è facile che avvenga in assenza di sbocchi; oppure, com’è più difficile ma necessario, se il bisogno di partecipazione e rappresentanza politica riesca a farsi largo nelle strutture sclerotizzate della politica del nostro Paese, bloccato da poteri autoreferenziali la cui ragion d’essere è il potere per il potere, spesso conquistato, mantenuto e accresciuto al limite o oltre il limite della legalità.
Si dice: il Governo ha pur tuttavia la fiducia del Parlamento e questo, intanto, basta ad assicurare la legalità democratica. Ma oggi avvertiamo che c’è una fiducia più profonda che deve essere ripristinata, la fiducia dei cittadini in un Parlamento in cui possano riconoscersi. Un Parlamento che, di fronte a fatti sotto ogni punto di vista ingiustificabili, alla manifesta incapacità di condurre il Paese in spirito di concordia fuori della presente crisi economica e sociale, al discredito dell’Italia presso le altre nazioni, non revoca la fiducia a questo governo, mentre il Paese è in subbuglio e in sofferenza nelle sue parti più deboli, non è forse esso stesso la prova che il rapporto di rappresentanza si è spezzato? Chi ci governa e chi lo sostiene, così sostenendo anche se stesso, vive ormai in un mondo lontano, anzi in un mondo alla rovescia rispetto a quello che dovrebbe rappresentare.
Noi proviamo scandalo per ciò che traspare dalle stanze del governo. Ma non è questo, forse, il peggio. Ci pare anche più gravemente offensivo del comune sentimento del pudore politico un Parlamento che, in maggioranza, continua a sostenerlo, al di là d’ogni dignità personale dei suoi membri che, per “non mollare” – come dicono –, sono disposti ad accecarsi di fronte alla lampante verità dei fatti e, con il voto, a trasformare il vero in falso e il falso in vero, e così non esitano a compromettere nel discredito, oltre a se stessi, anche le istituzioni parlamentari e, con esse, la stessa democrazia.
Sono, queste, parole che non avremmo voluto né pensare né dire. Ma non dobbiamo tacerle, consapevoli della gravità di ciò che diciamo. Il nodo da sciogliere per ricomporre la frattura tra il Paese e le sue istituzioni politiche non riguarda solo il Governo e il Presidente del Consiglio, ma anche il Parlamento, che deve essere ciò per cui esiste, il luogo prezioso e insostituibile della rappresentanza.
Dov’è la prudenza? In chi assiste passivamente, aspettando chissà quale deus ex machina e assistendo al degrado come se fossimo nella normalità democratica, oppure in chi, a tutti i livelli, nell’esercizio delle proprie funzioni e nell’adempimento delle proprie responsabilità, dentro e fuori le istituzioni, dentro e fuori i partiti, opera nell’unico modo che la democrazia prevede per sciogliere il nodo che la stringe: ridare al più presto la parola ai cittadini, affinché si esprimano in una leale competizione politica. Non per realizzare rivincite, ma per guardare più lontano, cioè a un Parlamento della Nazione, capace di discutere e dividersi ma anche di concordare e unirsi al di sopra d’interessi di persone, fazioni, giri di potere. Dunque, prima di tutto, ci si dia un onesto sistema elettorale, diverso da quello attuale, fatto apposta per ingannare gli elettori, facendoli credere sovrani, mentre sono sudditi.
Le celebrazioni dei 150 anni di unità hanno visto una straordinaria partecipazione popolare, che certamente ha assunto il significato dell’orgogliosa rivendicazione d’appartenenza a una società che vuole preservare la sua unità e la sua democrazia, secondo la Costituzione. Interrogandoci sui due cardini della vita costituzionale, la libertà e l’uguaglianza, nella nostra scuola di Poppi in Casentino, nel luogo dantesco da cui si è levata 700 anni fa la maledizione contro le corti e i cortigiani che tenevano l’Italia in scacco, nel servaggio, nella viltà e nell’opportunismo, Libertà e Giustizia è stata condotta dalla pesantezza delle cose che avvolgono e paralizzano oggi il nostro Paese a proporsi per il prossimo avvenire una nuova mobilitazione delle proprie forze insieme a quelle di tutti coloro – singole persone, associazioni, movimenti, sindacati, esponenti di partiti – che avvertono la necessità di ri-nobilitare la politica e ristabilire la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e in coloro che le impersonano. Che vogliono cambiare pagina per ricucire il nostro Paese.
 
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