ancora un altro 2 agosto

"La nube di fumo nascose la stazione e fece buio attorno.
Buio sulla città.
All'esplosione seguì un silenzio innaturale di morte.
La vita si fermò per un istante e per tutti.
Poi per alcuni riprese, ma fu in un incubo. Per altri non tornò.
Non tornò per ottantacinque persone".

Quel 2 agosto di ieri, oggi lo voglio ricordare così. Con alcune note su un libro dove ci sono:

"Un colonnello dei carabinieri, una sociologa senza lavoro, un archeologo e un ex agente dei servizi di sicurezza di Francia: quattro storie indipendenti e che fino a quel momento avevano seguito strade diverse, quattro vite che per caso si erano sfiorate, confluirono in un'unica storia e in un'unica vita.
Il calore dell'esplosione le fuse e le avviò verso un unico crogiolo".

Il libro è "Strage" di Loriano Macchiavelli e queste righe tratte da p. 80 ne sono un'ottima introduzione.
E' stato ripubblicato lo scorso anno da Einaudi per la collana Stile libero ma era già uscito il 28 maggio 1990 per la Rizzoli e l'autore era un certo Jules Quicher. Che poi è anche uno dei protagonisti del romanzo.
E già questa è una storia da raccontare.
Jules Quicher era lo pseudonimo con cui Macchiavelli avrebbe dovuto firmare tre romanzi per la Rizzoli con
"l'impegno [di] raccontare, in forma di romanzo, storie di un'Italia sconosciuta ai più, ma destinate a lasciare il segno nel futuro del paese"
come scrive lo stesso Macchiavelli.
Già la scelta di uno pseudonimo straniero ci fa capire che erano altri anni: uno scrittore italiano, allora, non era credibile come autore di romanzi di genere, in particolare di questo genere, a cavallo tra la spy story e il thriller fantapolitico.
Ma soprattutto erano anni in cui il passato era ancora troppo presente, col suo carico di dolori e di misteri. Infatti uno degli inquisiti per la strage di Bologna si sentì diffamato per essere stato citato nel romanzo e denunciò il libro.
(Per la cronaca,  il denunciante sarebbe stato riconosciuto colpevole dal processo di primo grado ma poi assolto con sentenza definitiva.)
Il tribunale di Milano ordinò il sequestro delle copie del libro, e la casa editrice provvide a ritirarlo dalle librerie. Era il 3 giugno 1990: erano passati solo sette giorni dalla sua uscita. Ne sarebbero passati altri venti prima di poterlo ritrovare sugli scaffali.
Un effetto collaterale della decisione del tribunale di Milano era stato la rivelazione del vero nome dell'autore, Loriano Macchiavelli appunto (dalle cui note introduttive - "Breve storia, a uso del lettore, di questo romanzo" - ho preso queste informazioni e la citazione).

E così veniamo al libro, finalmente.
Macchiavelli è un solido narratore. Potremmo quasi definirlo uno dei padri del "giallo all'italiana", in particolare per le sue storie che hanno come protagonista "Sarti Antonio". Negli ultimi anni forma una coppia di buon successo con Francesco Guccini: i loro romanzi, dopo aver raccontato l'emigrazione, il '68, gli echi delle stragi del dopoguerra, si sono fermati ad osservare l'Italia dall'Appennino tosco-emiliano mostrandoci come anche un luogo appartato e apparentemente immobile possa essere come il vetrino su cui un patologo studia il prolliferare di un bacillo infettivo.
Ma soprattutto Loriano Macchiavelli ha una di quelle qualità che, secondo me, permettono al noir di essere uno dei generi più efficaci per raccontare le trasformazioni di una società: è un attento osservatore dei comportamenti minuti, delle sottili alterazioni della quotidianità, dei lenti slittamenti dei confini sociali tra ciò che si può fare e ciò che non si deve, tra il lecito e l'illecito, il normale e l'anormale, il giusto e lo sbagliato, il bene e il male. Leggetevi "Che cos'è accaduto alla signora perbene", per dirne uno, e capirete.
Ecco, in questo libro, purtroppo, questa capacità di osservazione, di critica implicita, io non ce l'ho trovata, se non a tratti. Forse è il genere che non si adatta allo scrittore: reinventare la realtà in forma di romanzo di complotto probabilmente non è nelle sue corde, nella sua capacità di penetrare e restituire il quotidiano. E infatti solo quando torna su quelle rotte ci consegna pagine belle e buone intuizioni.

Questo non vuol dire che il romanzo non sia divertente, ben inteso.
Anzi, la dinamica del complotto, confina così tanto con la realtà, che la denuncia che lo aveva costretto a ritirare il libro venne a cadere perché - uso le sue parole -

"l'autore (il sottoscritto) non era punibile in quanto aveva semplicemente esercitato il diritto di cronaca e di critica, emanazioni dell'articolo 21 della Costituzione che sancisce il diritto di libertà di stampa e informazione. Un diritto-dovere - chiosa Macchiavelli, e io sottoscrivo - che, ancor oggi, continua a essere messo in discussione da chi ha altri interessi che la libertà di stampa e l'informazione".
Alcune intuizioni del libro, poi, sono particolarmente divertenti, così come alcuni personaggi sono molto ben delineati e intriganti: il plot appassionante, talvolta, sembra addirittura più credibile dell'incredibile - e per molti versi ancora inspiegabile - realtà.

Quello che forse mi è mancato nella lettura è proprio quello slittamento della realtà che quella tragedia ha significato: non ho percepito in quelle pagine il senso di un "prima" e di un "dopo", che non coinvolge tanto gli eventi, la storia, quanto le persone; ho avvertito come una freddezza della fantasia che mi è sembrata contrastare duramente con il calor bianco di quegli eventi, della realtà, appunto.
Tutte cose di cui l'autore è terribilmente consapevole, come ci ricorda la poesia di Roberto Roversi che introduce alla lettura

Bologna 2 agosto ore 10.25
senza un fiato di vento il cielo ha buttato
un grido tremendo
un sole nero corre per le strade
io voglio provare i miei sentimenti come su una lastra di fuoco

Roberto Roversi, Notizia

Oh, se volete saperne di più e avere un parere diverso, potete leggervi qui la recensione di Valerio Evangelisti (non so se mi spiego) e qui un'altra che sottolinea l'importanza civile di questo libro, come del resto fa Libero Mancuso in una breve introduzione al libro.

Se poi siete curiosi di sentire come ne parla lo stesso Loriano Macchiavelli, potete guardarvi questo video (a partire dal minuto 7, all'incirca)



l'uomo che immaginò il futuro

Glieli vogliamo fare gli auguri a quest'uomo?
Come chi è? E' Mister Herbert Marshall McLuhan. Lo studioso di letteratura che ha guardato nel suo futuro e ha inventato quei concetti con cui ancora oggi continuiamo a cercare di spiegarci il nostro presente.
Oggi avrebbe compiuto cento anni.
 Ancora oggi la sua capacità profetica ci stupisce se rileggiamo alcuni passaggi dei suoi scritti, collocandoli nel loro tempo. Scriveva cose come questa, nel 1964:

«Oggi, dopo oltre un secolo d’impiego tecnologico dell’elettricità, abbiamo esteso il nostro stesso sistema nervoso centrale in un abbraccio globale che, almeno per quanto concerne il nostro pianeta, abolisce tanto il tempo quanto lo spazio. Ci stiamo rapidamente avvicinando alla fase finale dell’estensione dell’uomo: quella, cioè, in cui, attraverso la simulazione tecnologica, il processo creativo di conoscenza verrà collettivamente esteso all’intera società umana, proprio come, tramite i vari media abbiamo esteso i nostri sensi e i nostri nervi»

E' un brano tratto da "Gli strumenti del comunicare": non sembra forse parlare di oggi?

Solo che questa sua capacità, allo stesso tempo di analisi e di proiezione nel futuro, ha finito per essere condensata in slogan perfetti, apparentemente autoesplicanti, pur nella loro sintesi. Così essi sono rapidamente entrati a far parte di un lessico comune e sono stati talmente tante volte ripetuti, fuori dal loro contesto e con un senso travisato rispetto a quello originale, da diventare un luogo comune.
Villaggio globale.
Il medium è il messaggio.
Cose così.

E a tutti quelli che dicono "villaggio globale" viene in mente "omologazione", quando invece Mister McLuhan scriveva, ad esempio,

«La radio provoca un’accelerazione dell’informazione che causa anche un’accelerazione di altri media. Restringe il mondo alle dimensioni di un villaggio e crea un insaziabile gusto paesano per i pettegolezzi, le voci e gli attacchi personali. Ma non omogeneizza i diversi quartieri del villaggio»

E' sempre "Gli strumenti del comunicare", 1964.

Ecco, allora, visto che oggi tutti ne parleranno cercando di spiegarci il suo pensiero, io preferisco ricordarlo semplicemente così, con una scena indimenticabile di un film indimenticabile:



Tanti auguri, Herbert Marshall McLuhan.

Letture: Saltare il muro

Mahmoud è palestinese, ha ventidue anni, lavora nella drogheria della famiglia e ama disegnare.

Maximilen ha ventisei anni, è francese, e disegna in modo professionale.
Dal loro incontro è nato questo libro, un reportage disegnato sulla vita di Mahmoud dentro il muro e della sua voglia di saltarlo. Lo ha pubblicato 001 editore di Torino (e se volete sapere di più della casa editrice, andate qui).



E' un argomento difficile, quello scelto da Maximilien Le Roy, l'autore del libro (fate clik qui per sapere qualcosa di più su di lui). E' difficile parlare della vita dei palestinesi nei campi profughi, all'interno del muro. E' difficile non farsi prendere la mano dalla retorica. Difficile rimanere equilibrati. Difficile dare voce ad un conflitto dove occupanti ed occupati sembrano essere entrambi ugualmente  prigionieri.


Però non è un tema nuovo: anzi, è proprio su questo tema che, perlomeno in Italia, ci siamo accorti che esisteva qualcosa che potevamo chiamare graphic journalism (per saperne di più andate qui e soprattutto qui). Ce lo ha fatto capire Joe Sacco con il suo Palestine (ne vedete una tavola qui a fianco).


Solo che Maximilien ha scelto un'altra strada: non ha messo in scena se stesso (come ha fatto Sacco e come fanno molti altri), ma ha messo in scena Mahmoud, che aveva conosciuto durante un corso di disegno tenuto in Palestina.
Così la storia è un racconto in prima persona, un flusso di coscienza per parole e immagini che descrivono una vita prigioniera, dei muri e dei reticolati politici, ma anche sociali e religiosi.
E le parole di Mahmoud ci accompagnano nel difficile equilibrio quotidiano tra una vita prigioniera e il richiamo del terrorismo. 
Leggere questo libro diventa così un esercizio di ascolto per capire le ragioni delle persone, laddove quelle della politica sembrano ormai essersi perse.

Tre colori

I tre colori sono naturalmente quelli della bandiera italiana e le puntate sono 150, una al giorno per ogni anno di unità.
Di che cosa sto parlando? di una trasmissione su Radio Tre (potete vederla qui) in onda tutti i giorni (tranne sabato e domenica) dalle 14 alle 14.30. E' curata da Federica Barozzi (che normalmente si occupa di memoradio, un'altra bella iniziativa da scoprire), con Lorenzo Pavolini, Maria Angela Spitella e Daria Corrias.

E' una delle molte forme che la celebrazione del centocinquantenario ha preso quest'anno, e una delle migliori, fra quelle che ho visto/ascoltato io.
Perché? perché è una trasmissione plurale. Fatta di date, personaggi, eventi, luoghi: ogni giorno c'è qualcuno che ci racconta qualcosa che ha unito, o diviso, oppure unito e diviso contemporaneamente, il paese.
E dunque è anche un affresco fatto di punti di vista, di interpretazioni, di narrazioni. Come a dire che se l'Italia è una, le sue storie sono molte. E che è proprio in questa pluralità, in questa eterogeneità, che si ritrova la sua unità.

Come?
...dite che il fatto che proprio oggi sia andata in onda una puntata realizzata dal sottoscritto potrebbe rendere il mio giudizio lievemente partigiano?

Potrebbe, in effetti.
Però provate a seguirla un po', e mi saprete dire. E poi il giudizio lo darete voi.


Ah, qui trovate il podcast alla puntata di oggi, se volete riascoltarla o se ve la siete persa.

libertà è partecipazione...

Questo era scritto su un lenzuolo bianco appeso al guard-rail di una rotonda che separa due frazioni di paese, piccoli agglomerati di case aggrappate alle scarpate della strada comunale che le attraversa.
La foto non può rendere la commovente solitudine di quel lenzuolo.
Però può forse dare un'idea della tenace volontà di cambiare le cose gridata da quella grafia un po' incerta, tracciata da una mano non abituata a maneggiare una bomboletta spray.

Quando l'ho vista, mi è sembrato che fosse un segno di come le cose stavano cambiando.
Poi è arrivato il raggiungimento del quorum. E quel segnale mi è sembrato confermato.
La cosa che colpisce di più è che tutto sia avvenuto attraverso canali di comunicazione alternativi a quelli dominanti.
Attraverso lenzuola appese nei crocevia.
Volantini dati per strada.
Post nei blog.
Commenti su facebbok.
Video su Youtube.
Pubblicità virali.
Passaparola.

Lo ha detto bene, oggi, Michele Serra, su Repubblica:


È una vittoria autoprodotta dai comitati, dalle associazioni, dai blog, dagli individui-cittadini che attraverso mille strade, mille ragioni (e perfino attraverso alcuni partiti, vivificati dall’impatto con l’ondata civile) hanno voluto riprendere in mano il bandolo della cosa pubblica. È una vittoria della società contro il Palazzo (parola che uso malvolentieri, ma in questo caso è perfetta), della politica contro il potere, dell’informazione diffusa che è riuscita a by-passare i media, e a turlupinare chi cercava di turlupinarla.

In sequenza secca, l’abbinata amministrative-referendum ribalta la scena della politica italiana, dando al concetto (nobile ma astratto) di “opinione pubblica” un peso formidabile, il volto concreto di milioni di persone. Il boicottaggio arrogante e ottuso della classe di governo (quasi compattamente astensionista), alla luce dei risultati, la fa apparire spiazzata, isolata, fuori tempo: una consorteria in vertiginoso declino.

Perfino il problema Berlusconi, che fino a un minuto fa ci appariva una montagna, è solo un aspetto, e forse neanche quello decisivo, di un passaggio d’epoca impetuoso: che rimette l’accento sulla cittadinanza, sulla comunità, insomma sulla politica di tutti e per tutti. La campana suona anche per la sinistra: niente potrà più essere pensato e deciso nelle vecchie stanze chiuse dei notabili di partito.


Una voglia di partecipare, di ricominciare a dire la propria, che è come un venticello fresco che spazza via le nuvole. 
Anche altri momenti importanti nella nostra storia nazionale sono stati annunciati da un referendum: magari è solo una coincidenza. 
Magari no.

cose da venire

Il senso di quest'immagine vi sarà più chiaro nei prossimi mesi.

O forse sarà questa?
 Oppure quest'altra?


A voi quale piace di più?

verso il mare aperto

Come sapete mi piace raccontare quello che i miei studenti sono capaci di fare.

(Scrivo "i miei studenti", ma è solo una sintesi per dire "le persone che ho la fortuna di incontrare facendo il mio lavoro, a cui spero di dare qualcosa e che, spesso, mi danno molto in cambio": ma è troppo, troppo lungo per inserirlo in una qualsiasi frase di senso compiuto. Quindi, fate voi la sostituzione mentale)

Lo ho fatto qualche volta, per esempio qui, dove ho parlato di una sessione di tesi particolarmente felice.
E adesso ho la fortuna di poterlo rifare.
Alessandra Di Marcello, una studentessa che aveva discusso una tesi nell'ultima sessione di laurea, ha da poco vinto il primo premio bandito dal Rotary Club di Teramo per tesi di laurea capaci di raccontare la comunità teramana e il suo patrimonio storico, sociale, politico, artistico, scientifico, economico, giuridico ed etico. (qui il comunicato stampa della manifestazione)
Alessandra ha ricostruito la storia della nascita della televisione teramana e il suo passaggio dal cavo all'etere: è stato un lavoro complesso, come è sempre complesso raccontare quel periodo della nostra storia, così vicino eppure, paradossalmente, così lontano perché le informazioni che si trovano non sono mai abbastanza. Eppure Alessandra ha unito lo spoglio delle riviste di settore (scoprendo una quantità impensabile di riferimenti alla vicenda teramana) alla ricerca di protagonisti e testimoni: e di informazioni è riuscita a trovarne parecchie, molte di più - direi - di quelle che erano state raccolte finora, nei pochi contributi disponibili. Ed è riuscita a farsi un'idea molto precisa dei rapporti fra televisione e comunità locale, non solo attraverso queste fonti, ma anche studiando alcuni programmi delle televisioni teramane dei primi anni Ottanta raccolti presso la biblioteca provinciale Delfico di Teramo.

Insomma, è bello poter dire a tutti voi che anche lei è salpata verso il mare aperto, lasciando il porto - certo un po' malmesso ma sicuro - dell'università. Viaggia su una barchetta che è come un guscio di noce, e, a guardarla, sembra che la sua vela non possa tenere il vento. Però è già lontana, laggiù sull'orizzonte.
la premiazione: Alessandra è la seconda da sinistra.
E vederla navigare è un piacere da condividere.
 
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