discutendo di elementi del linguaggio cinematografico

Ancora un post "di servizio" per gli studenti del "laboratorio di comunicazione multimediale".

Nei giorni scorsi abbiamo iniziato ad affrontare il linguaggio cinematografico: non più di una veloce panoramica, come se fosse la prima lezione di una lingua straniera. Solo che questa "lingua" la conosciamo, pur senza saperlo. E questo rende tutto più facile, o - forse - solo meno difficile.

Ecco allora il "prezi" della lezione, per chi volesse dare una ripassata.

 
Ed ecco un link a uno dei molti materiali presenti in rete che possono aiutare chi è impegnato nella realizzazione di un breve audiovideo: si tratta di alcune pagine estratte dal libro qui a fianco.
Gli autori sono Mario Balsamo e Gianfranco Pannone. Di Pannone, se vi interessa, trovate anche il blog, una rubrica fissa su un sito dedicato al documentario,  ma, soprattutto, per quello che ci interessa, un breve documentario sul terremoto abruzzese, Immota manet.

Ve lo metto qui sotto. Che ne pensate?

presentazioni nuove per l'anno nuovo

Con il nuovo anno voglio provare a sperimentare un diverso modello di presentazioni.
E mi sembra che le lezioni del laboratorio di comunicazione multimediale, con il loro carattere "sperimentale", siano il "luogo" migliore dove farlo.
Ecco, allora, una sintesi di una parte della prima lezione del nuovo anno.
Argomento: i giornali on line.

La lezione, in realtà, si è articolata in tre parti:
  • una veloce analisi dei principali elementi di cui è composto un giornale cartaceo, e del modo in cui si scrive per la carta stampata.
  • una sintesi storica sul passaggio dalla carta ai bit.
  • un'analisi del modo in cui cambia la scrittura per il web.
Il "prezi" (se non sapete che cosa sia, andate qui) qua sotto è riferito solo alla seconda parte e, dopo, troverete qualche indicazione per approfondire.



Che ne dite?
A me sembra un modo divertente e senz'altro dinamico di fare presentazioni.
Ma quanto a utilità e chiarezza? Non so ancora: si tratta di sperimentare e trovare la giusta chiave...

Comunque, ecco qualche link utile per approfondire l'argomento della lezione:
qui c'è un articolo di Andrea Bettini (l'autore del libro "copertina" del prezi) sulla storia dei quotidiano on line;
qui invece troverete il sito di Gennaro Carotenuto, che insegna storia del giornalismo all'università di Macerata ed è l'autore del libro sul "Giornalismo partecipativo" al quale abbiamo accennato a lezione.
Buon approfondimento

buoni propositi per l'anno nuovo

Per inaugurare nel modo migliore il 2011 ho pensato di darvi un assaggio di quello a cui sto lavorando da tempo.
E visto che non c'è niente di meglio di un bell'indovinello per cominciare un nuovo anno vi sfido: il titolo - che non vi svelerò - ha a che vedere con la storia e le ragioni di questo blog.
Ma anche con la fotografia che vedete qui accanto. O almeno con una sua parte.

E tutto dovrebbe iniziare così:


« - (…) dopo tutto la terra è abbastanza grande.
- Lo era, una volta… - disse a mezza voce Phileas Fogg. (…)
- Come, una volta! La terra non è mica diventata più piccola, per caso?
- Senza dubbio – rispose Gauthier Ralph. – Sono d’accordo con Mr. Fogg. La terra è diventata più piccola, poiché adesso per percorrerla basta un decimo del tempo che era necessario cent’anni fa (…)
- Davvero divertente la vostra opinione, Mr. Ralph, così, secondo voi, la terra è diventata più piccola! Visto che oggi si fa il giro del mondo in tre mesi…
- Bastano ottanta giorni, - disse Phileas Fogg».
E così la sfida era stata lanciata: nel giro di poche pagine Phileas Fogg, un imperturbabile gentiluomo inglese, sarebbe partito, accompagnato dal suo servitore francese Passepartout, per un Giro del mondo in ottanta giorni e Jules Verne, il suo inventore, avrebbe pubblicato un altro libro di enorme successo[1].
L’anno in cui si svolge la storia è il 1872, lo stesso anno in cui lo scrittore la scrive: nel 1873 il racconto sarebbe stato pubblicato in ben 108.000 copie, una tiratura notevole per quegli anni. Poco più di un secolo dopo un acuto studioso avrebbe utilizzato l’intuizione che percorre tutto il racconto di Verne per descrivere il cambiamento del senso del tempo e dello spazio tra XIX e XX secolo[2]: grazie alle nuove tecnologie che si diffondono negli ultimi anni dell’800 le distanze sembrano farsi considerevolmente più brevi e il tempo sembra modificarsi, accorciandosi fino a poter addirittura scorrere all’indietro, come mostreranno ad un pubblico incredulo i primi cineasti.
Ma torniamo al racconto di Verne: il mondo si può percorrere in soli ottanta giorni, sostiene uno dei membri del club londinese in cui si svolge la scena, quando è entrato «in funzione il tratto Rothal-Allahabad, del Great Indian Peninsular Railway: - e aggiunge - ecco il calcolo pubblicato dal “Morning Chronicle”.
Da Londra a Suez per il Moncenisio e Brindisi, ferrovia e vapore 7 giorni
Da Suez a Bombay, vapore 13
Da Bombay a Calcutta, ferrovia 3
Da Calcutta a Hongkong (Cina), vapore 13
Da Hongkong a Yokohama (Giappone), vapore 6
Da Yokohama a San Francisco, vapore 22
Da San Francisco a New York, ferrovia 7
Da New York a Londra, vapore e ferrovia 9
Totale 80 giorni»[3].
Treni e navi a vapore sono i protagonisti assoluti di questa rivoluzione, ma ad essi, sembra suggerire Verne, devono essere aggiunti almeno i giornali, grazie ai quali la notizia della scommessa si propaga rapidamente: essa, scrive infatti, «si sparse dapprima nel Reform Club e produsse una vera emozione tra i soci di quell’onorevole circolo. Poi, tramite un reporter, l’emozione passò dal Club ai giornali, e dai giornali al pubblico di Londra e di tutto il Regno Unito»[4], coinvolgendo soprattutto le lettrici che erano rimaste colpite dal ritratto di Phileas Fogg pubblicato su un giornale illustrato. Del resto, anche fuori dalle pagine del romanzo era stata proprio la lettura di un giornale a suggerire a Verne la conclusione della storia[5]; e sarà proprio una giornalista, Nellie Bly, reporter del New York World di Joseph Pulitzer, a realizzare, alcuni anni più tardi, l’impresa immaginata dallo scrittore francese, battendo Phileas Fogg nell’impossibile sfida con un giro del mondo in 72 giorni[6].
L’intuito di Jules Verne coglie senza dubbio alcuni aspetti della comunicazione moderna che si sta affermando alla fine del XIX secolo, ma allo stesso tempo i suoi romanzi ci permettono di sottolineare le profonde differenze che le separano dalle forme della comunicazione che caratterizzeranno il secolo successivo: essi sono un crinale interessante da cui poter osservare, da un lato, il mondo di fine Ottocento e, dall’altro,  intuire gli sviluppi che il Novecento porterà con sé.(...)



[1] J. Verne, Il giro del mondo in ottanta giorni, Einaudi, Torino, 2007, p. 16, da cui traggo anche i dati di vendita
[2] Mi riferisco a S. Kern, Il tempo e lo spazio. La percezione del mondo tra Otto e Novecento, Il Mulino, Bologna 2007, pubblicato in originale nel 1983 e tradotto per la prima volta in italiano nel 1988
[3] J. Verne, Il giro del mondo…, cit., p. 16. Più che lo spazio, in realtà, è il tempo ad essere una vera ossessione per il protagonista del romanzo; la scena iniziale, ad esempio, ce lo descrive in attesa dell’ora in cui si sarebbe recato, come ogni giorno, al club: ««Phileas Fogg, seduto in poltrona, coi piedi ravvicinati come un soldato alla rivista, le mani appoggiate sulle ginocchia, il busto eretto, la testa alta, guardava il movimento delle sfere del pendolo, uno strumento complicato che indicava le ore, i minuti, i secondi, i giorni, la data del mese e dell’anno». Idem, p. 6
[4] Idem, p. 25. Lo scrittore torna sul modo in cui le notizie si propagano attraverso i giornali anche in altri racconti, come ad esempio I 500 milioni della Begum, in cui un trafiletto con un fatto di cronaca capitato a Brighton viene pubblicato per primo dal Daily Telegraph e poi, «dalla sera del 29 ottobre, (…), testualmente riprodotto dai giornali inglesi, rimbalzava per tutti i cantoni del Regno Unito. Era pubblicato in particolare sulla “Gazzetta di Hull”, dove compariva in cima alla seconda pagina di una copia di quel modesto giornale che il Mary Queen, brigantino carico di carbone, portò a Rotterdam il primo novembre. Immediatamente ritagliato dalle diligenti forbici del redattore capo, nonché segretario unico dell’Eco olandese e tradotto in quella lingua, il fatto di cronaca giunse, il 2 novembre, sulle ali del vapore, al Memoriale di Brema. Là indossò, senza cambiare corpo, un abito nuovo, e non tardò a farsi stampare in tedesco. (…) Divenuto dunque tedesco per diritto d’annessione, l’aneddoto arrivò alla redazione dell’imponente Gazzetta del Nord, che gli riservò un posto nella seconda colonna della terza pagina». Cfr. J. Verne, I 500 milioni della Begum, Hachette 2003, pp. 28-29
[5] In un’intervista realizzata nel 1893 lo scrittore ha raccontato: «…è successo che un giorno, in un caffè di Parigi, mentre leggevo sul “Siècle” che un uomo poteva fare il giro del mondo in ottanta giorni, mi è subito venuto in mente che potevo approfittare di una differenza di longitudine e far guadagnare o perdere al mio viaggiatore un giorno del suo viaggio. Avevo trovato il finale del romanzo». Cfr. R. Sherard, Il giro di una vita in J. Verne, Il giro del mondo…, cit., p. 263. L’originale, curata da D. Compère, fu pubblicato negli Stati Uniti in Mc Clure’s Magazine, vol. II, n. 2, gennaio 1894, con il titolo Jules Verne at home. His own account of his life and work
[6] Per il resoconto del viaggio, che si svolse tra il  14 novembre 1889 e il 25 gennaio 1890, vedi N. Bly, Il giro del mondo in settantadue giorni, Mursia, Milano 2007


Continua (fra qualche mese)

numeri di fine anno

Siamo ancora sopra all'80% (l'82,9 per la precisione), una percentuale alta ma decisamente in calo rispetto a tre anni fa, quando ci attestavamo su un secco 87%.
Arriva la fine dell'anno e sto dando i numeri? Poco ci manca ma, no, non è così.
Questi numeri sono la percentuale degli italiani che si informa prevalentemente od esclusivamente attraverso la televisione, secondo le rilevazioni 2010 dell'osservatorio sul capitale sociale degli italiani (qui ci sono le tabelle). Numeri che iniziano a mostrare un primo barlume di cambiamento e con i quali ci si può forse iniziare a congedare dal 2010.
Aggiungiamo altri numeri, quelli dei rilevamenti "qualitel" della Rai.
Infatti è di pochi giorni fa la notizia che una ricerca promossa dalla Rai sulla "qualità percepita" dei propri programmi da parte del pubblico dà il principale telegiornale nazionale, il TG1, in preoccupante caduta. Se non è un crollo poco ci manca, visto che il TG1 passa da una qualità percepita vicina al "buono" (e pari ad un indice di 66) ad una qualità percepita ad un passo dall'"insufficiente" (pari ad un indice 59, quattro punti appena dal 55 che indica - appunto - l'insufficienza. E, per chi fosse curioso, qui ci sono maggiori dettagli).
Una novità? non proprio, visto che sia le ricerche Demos Coop che quelle dell'osservatorio informazione Fullresearch davano risultati simili. Per i primi, la credibilità del TG1 crollava di quasi sedici punti percentuali passando dal 69,0 del 2007 al 53,2 del 2010. Per i secondi, che osservano solo il 2010, il TG1 era il giornale preferito dal 14,3% degli italiani a luglio ma, in ottobre, lo era solo del 12,7. In entrambi i casi era superato dal TG5 (30,8% in ottobre, anch'esso lievemente in calo rispetto a luglio) e dal TG3 (che passava dal 18,2 al 17, 5) e raggiunto e superato dal TG de La7 (13,8 in ottobre).
Non c'è dubbio che il tg di Mentana sia stata la grande novità dell'anno, che ha spiazzato tutti con una ricetta assai semplice: con pochi mezzi (via via aumentati), "mitraglia" è semplicemente tornato sui suoi passi e, rinunciando all'allegerimento che aveva introdotto ai tempi del lancio del TG5, ha iniziato a raccontare la complessità dell'Italia in modo imparziale. Apparentemente almeno, perché non rinuncia ad una sua cifra editoriale.
E non c'è dubbio che sia stato aiutato dalla discussa direzione di Minzolini al TG1, il quale ha contribuito a minare la credibilità del (fu) prinicipale telegiornale nazionale.

Ma quello che si muove in profondità è un cambiamento nelle abitudini di accesso all'informazione. Infatti, di fronte ad un cedimento della credibilità dell'informazione televisiva, i dati indicano che sta lentamente crescendo il flusso di chi si informa attraverso altri canali, la carta stampata e la rete su tutti. Nell'ottobre 2009, per esempio, internet era usata dal 38,2% degli italiani per informarsi quotidianamente. E oggi il 28,8% degli italiani si rivolge contemporaneamente ai giornali cartacei e a quelli on line (sono sempre dati della Demos Coop).
Certo, poi ci sono altri dati (come quelli del rapporto sui media del Censis del 2009) che indicano come il quadro sia fatto anche di ombre: ma in quelle analisi si nota che il digital divide diminuisce in confronto al press divide. E questo è un dato abbastanza in linea con quanto detto finora.

Difficile dire dove andremo. Ma l'evoluzione tecnologica (e bisognerà seguire con attenzione le versioni dei quotidiani per i tablet) e alcuni segnali provenienti dalla programmazione televisiva di quest'anno (il fenomenale successo di Vieni via con me, con il ritorno dell'orazione civile in televisione) lasciano almeno prevedere uno scenario movimentato. 

calendario "Laboratorio di comunicazione multimediale"

Dopo l'anticipazione di qualche settimana fa, domani comincia il mio modulo del "Laboratorio di comunicazione multimediale".
C'è tanto, tanto lavoro da fare, nonostante il drastico calo dei frequentanti (a questo proposito: che sarà successo? qualcuno si è giustificato, ma la maggiorparte è proprio evaporata: troppo lavoro da fare? lezioni poco efficaci?  urgono indagini).
E allora, ecco un calendario delle lezioni: naturalmente, visto che è un "laboratorio", le lezioni saranno soprattutto di carattere seminariale, con esercitazioni e attività. E, sempre per lo stesso motivo, è pure possibile che i tempi slittino in avanti, anche se - in qualche modo - tutti gli argomenti saranno toccati.

14 e 15 dicembre 2010
Dedicheremo le lezioni al giornalismo on line: dopo una breve sintesi storica, analizzeremo le caratteristiche del giornalismo on line, confrontandolo con quello cartaceo. Studieremo le similitudini e le differenze fra i due modelli di scrittura, facendo delle esercitazioni.
Infine dedicheremo del tempo alla verifica dei progetti in corso, programmando il lavoro per la pausa natalizia.

11 e 12 gennaio 2011
Dedicheremo le lezioni al cinema documentario: inizieremo con una breve sintesi storica, analizzandone poi le caratteristiche. Cercheremo di capire le differenze fra le varie tipologie di documentario e di capire se il linguaggio cambia a seconda della piattaforma mediale utilizzata. Infine visioneremo e commenteremo alcuni documentari sul terremoto dell'Aquila, che saranno utili per il progetto finale.

18 e 19 gennaio 2011
Affronteremo il montaggio cinematografico, con alcuni cenni sia sulla storia che sulle tecniche. Che poi sperimenteremo in laboratorio.

25 gennaio 2011
Sicuramente il tempo dedicato alle esercitazioni di montaggio non sarà stato sufficiente, così gli dedicheremo qualche altra ora.
26 gennaio 2011
Dopo il montaggio video sarà il turno della radio. Riprenderemo alcuni degli argomenti che avevamo già trattato nella prima lezione e vedremo alcune tecniche per scrivere per la radio e parlare in radio. Se ci sarà tempo, vedremo anche il montaggio audio.


1 e 2 febbraio 2011
Termineremo le esercitazioni di laboratorio sul montaggio audio e faremo la verifica finale dei progetti in corso.

Il ruolo dell'informazione all'Aquila

No, non ne parlerò io. E' uno degli argomenti che stiamo cercando di analizzare con gli studenti del Laboratorio di Comunicazione Multimediale, e non voglio influenzarli con le mie idee, ma sentire le loro analisi.
Dunque, per oggi, mi limito a girare qui una clip realizzata da 3e32 che ha interrogato sulla fondamentale questione del ruolo dell'informazione prima e dopo il terremoto all'Aquila alcuni esponenti dei media, cartacei e televisivi.
E' solo una piccola segnalazione ad usum discipulorum. A cui si aggiunge il suggerimento di andare a sentire le interviste per intero, quando saranno caricate sul sito di 3e32.

Avremo modo di riparlarne.

La protesta sale...

In cima ai tetti, oltre che nelle piazze, studenti e ricercatori continuano a dire che il disegno di legge in discussione in Parlamento non migliorerà l'università. Molti sono i commenti interessanti che leggo. Moltissime le sciocchezze, qualcuna veramente raccapricciante. E di questo non merita parlare.
Invece quello che mi ha colpito nei giorni scorsi sono alcune delle modalità della protesta.
Partiamo dall'ascesa ai tetti.
Ho letto una intervista a Massimiliano Tabusi, ricercatore quarantaduenne, che studia geografia. È quello che ha proposto di salire sui tetti. E lo spiega così:
...salire sui tetti altera il rapporto tra posizione e funzione. Se un operaio sta dentro la fabbrica è coerente con la sua funzione, allo stesso modo di un ricercatore nell'università, se invece sale sul tetto crea una contraddizione. Dice: sono più importante di quello che c'è sotto, dello spazio vuoto (...) Nello stesso tempo, se ci sali sopra rafforzi anche il rapporto con quell'istituzione. Noi segnaliamo che siamo sopra all'università e che la realtà è diversa da come viene raccontata.
Mi è piaciuta molto questa analisi. Punta diritta al simbolo, che i mass media raccolgono e amplificano, forse senza nemmeno accorgersene.
Sarà forse perché i primi ha salire in alto per esprimere la loro protesta sono stati, negli ultimi anni, gli operai, ma mi ha fatto venire in mente il modo in cui sono cambiati i cortei nei decenni. Da quelli ordinati e composti degli anni Cinquanta, quando gli operai non si spostavano dai dintorni delle fabbriche o, se lo facevano, coordinavano il traffico per non arrecare troppo disturbo, a quelli sempre più chiassosi e "invasivi" dei decenni successivi. Allora gli operai cominciavano a mutuare alcune delle forme della protesta studentesca, utilizzando sit-in e coreografie sempre più complesse.
Il discorso sarebbe troppo lungo, e quello che mi interessa ora sottolineare è la forza simbolica dell'"invasione" delle città da parte dei cortei operai: era un modo per "riprendersi la città", come recitava una delle parole d'ordine degli anni Settanta, per invadere gli scenari della vita quotidiana da cui si sentivano esclusi. Sul piano simbolico, questa "invasione" spaventava perché rappresentava un sovvertimento dell'ordine. E, naturalmente, diventava un modo per attirare l'attenzione dell'opinione pubblica.
Salire sui tetti, oggi, ha dunque lo stesso impatto simbolico. "Normalizzati" i cortei (a Roma si continua a discutere se vietarli per non perturbare il difficile equilibrio cittadino legati ai flussi di traffico: se dovesse succedere, è facile immaginare che ci sarebbero molti più cortei di quanti non ce ne siano oggi), la via di fuga per esprimere dissenso non resta che il cielo: salire in alto per farsi guardare.
Ma pare che ci sia anche qualcos'altro.
Infatti un gruppo di studenti ha tentato anche di entrare in Parlamento, suscitando riprovazione bipartisan, come scriverebbe un giornalista senza fantasia. Ma, nello stesso tempo, in un'altra parte d'Italia, altri cittadini in protesta volevano entrare in un municipio.
Il giorno dopo, con l'ironia e l'esperienza di chi ci ha creduto in quegli stessi miti e ha accarezzato quegli stessi sogni, Adriano Sofri ha scritto che l'assalto al Palazzo è una vecchia idea che ritorna in modo superfluo
perchè i Palazzi, ad arrivarci dentro, si scoprono vuoti. E a restarci dentri, ci si scopre vuoti, o peggio. (Quei ragazzi sul tetto di un Paese senza poeti, "La Repubblica", 27/11/2010)
Però a me ha colpito, questo ritorno all'assalto al Palazzo, anche solo simbolico.
E non sono così convinto che chi lo ha fatto abbia in mente il mito novecentesco dell'assalto al Palazzo d'Inverno.
Piuttosto, mi viene il dubbio che in questo gesto ci sia un tentativo di colmare - simbolicamente - la distanza fra un popolo che, retoricamente, si vuole protagonista della scena pubblica, e una classe politica che sembra invece allontanarsi sempre più dalla società.
Forse alcuni hanno avuto il dubbio che il Palazzo sia vuoto,  e per questo hanno deciso di andare a vedere.
Non è un tentativo di sostituirsi alla classe politica. E' un modo per dire: eccoci qui, parlate a nome nostro ma non sapete nemmeno che faccia abbiamo.
Noi siamo questi.
Cercate di tenerne conto da ora in poi.
 
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